LE VIOLE SPLENDONO FREDDE


Tra i lampi
(come di scalpello)
di tendaggi azzurri nell’aria
ascoltava il silenzio del suo silenzio,
una grazia impastata
di terra e di sabbia,
nella colorazione svenata.
Tutti entrano spietatamente

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QUELLA VIOLACEA ACQUA


Qualcosa vi è,
di vago e morboso
tra quelle bianche ammoniti
nella rossa pietra calcarea
come una nube di gesso,
una incantagione..
Forma vera dell’uomo Continua a leggere

I MONTI TINGEVANO SEMPRE DI BLU


I monti tingevano sempre di blu l’orizzonte

E proprio lì si profilava

l’ultimo perduto sentimento…

In tutta quella verdezza

(azzurrata dalla lontananza)

e con grandi sinistre ramificazioni

dei fiori molli di colorazione fulva

 [e ogni tanto perfino su certi abrasi campi,

in quell’angolo della terra delirante]

ogni ombra riverberava  come fosse ardesia,

anche sulle lame dell’iris:

non vi era ancora pienamente

la morte del fulgore.

Il delitto piccolissimo,

l’assettatore di cadaveri

( tra le cave pareti concave

bianche).

POESIE del 2021


E LI, SULLA COLLINA ALTA

[Non posso piu pensare ,

e senza crudeltà:

vi è una sola idea uguale,

dell’ orrore del tempo

-della bellezza]

Lì, tra le alte bardane fiorite

e la sfatta forma delle siepi

nella natura accesa

tutto pareva risaltare vacuo

come quegli arrossati fiori

stretti e conchiusi( oh come inermi) Continua a leggere

RIMASTE COME IMMOBILI LE NUVOLE


Rimaste come immobili le nuvole,
le loro ombre formavano delle misteriose pozze liquoree
– color ametista-
bordate da selvatici fiori:
lungo lo stradone rugginoso
 le foglie dei fiori
sono di lacca.
Il cielo si colmava
di una calmafredda- luce gialla,
e tutto taceva…
Le rapide nuvole stracciate

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IN QUELLA NOTTE SEMPRE IMMINENTE


( E certo vi era stata una piccola morte)

E nel tardo pomeriggio invernale
quel crepuscolo si tingeva
di un pallido violetto
di un pallido verde

In questa notte sempre imminente
in quella superficie di ossidiana
vi era una sola gora
con contagio delle acque, Continua a leggere

IL GIORNO DOPO ( 1-2-3)


Il giorno dopo la partenza del fratello e della sua famiglia-.lasciata una pausa ragionevole per non rischiare di incappare in incontri che certo avrebbero evidenziato tensioni pronte a deflagare al minimo spunto –perfino quelli lontani anni luce da  una qualsivoglia plausibilità e  ragionevolezza pronti a esplodere in quell’atmosfera artificiosamente leziosa  determinata   dagli stessi paesaggi di  una campagna arcadicamente immota e come  rarefatta  nella  pesantezza  dell’aria di una idilliaca domenica agostana – scelse un orario  impossibile per tornare nella proprietà paterna appena lasciata definitivamente.
Con movimenti anodini, con passo  ritmato da quella che a occhio estraneo sarebbe potuto parere una meccanicità da soldatino a cui si fosse dato la carica e che per nessun motivo si sarebbe mai fermato, in una movimentazione spastica eppure ordinata fino alla maniacalità , trapassò spazi di terra battuta, esangui cortili comunitari  dai confini proprietari segnati da linee invisibili e da servitù di passaggio – ormai infestati da erbame irto e in perenne ricreazione malsana. Continua a leggere

REPOST ” IL GIORNO DOPO” ( 1-2-3)


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NOTE DI LETTURA a cura di GIANCARLO LOCARNO sul sito NEOBAR.ORG


Ieri è stato pubblicato sul sito di neobar.org l’articolo” IL MARE GEOLOGICO E LA SUA LENTA CANZONE

con note di lettura su i miei testi più recenti a cura di GIANCARLO LOCARNO. Continua a leggere

“IL MARE GEOLOGICO E LA SUA LENTA CANZONE” note a cura di GIANCARLO LOCARNO


Il Mare geologico e la sua lenta canzone

Poesie di Villa Dominica Balbinot

Oskar Kokoschka – La sposa del ventokokoschka-sposa-vento

Questa è una poesia che scandaglia i paesaggi come una telecamera, paesaggi violenti come sono quelli all’inizio dei tempi e quelli che annunciano la fine di ogni era. Paesaggi che sono un feroce miscuglio di tutti i colori e di tutti gli elementi della tavola periodica. Predominano i colori freddi,  ci sono è vero,  anche macchie di colori caldi, tanti rossi, ma è come se fossero raffreddati, sono colori ridotti a vibrazioni di onde  elettromagnetiche, tingono cose belle e vive ma immerse in un substrato morto e tetro.

La soggettività viene trasfigurata nel paesaggio,  che diventa a sua volta una persona, un paesaggio-corpo come quelli contorti e tormentati delle tele di Kokoschka, che si dibattono chiedendo conto della loro esistenza ad una poesia composto da una materia pastosa e assolutamente immanente, nella quale si finisce per rimanere invischiati, non ammette nessuna forma di trascendenza, nessuna possibilità di fuga.

Di fronte a questi paesaggi viene da pensare all’inferno dantesco più profondo, la palude del Cocito, ma in Dante l’inferno è sovrappopolato, pullula di schiere di dannati ammassati l’uno sull’altro, questo l’inferno è vuoto, i dannati ci sono ma sono pochi, se ne intuisce solo la presenza effimera, se queste poesie fossero quadri   

Il dolore umano sarebbe confinato nell’angolo in basso a destra,

i morenti gemevano negli angoli deserti, incolori , figure tormentate che si agitano sulla terra dentro uno spavento, come Giobbe dentro la balena.

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