IL MUTO TESTIMONE


Il modello era un modello chiamato “Road star”, stella della strada, cosi si doveva tradurre dall’inglese, era strano però un tale nome, non sembrava il nome adatto ad un modello di radio, una radio di color nero, di nessuna bellezza o particolarità estetica, una radio a due bande nero-grigiastra, dalle dimensioni solo un pochino più larghe di una standardizzata radio portatile.
Era una radio anonima, ed anche un po’ demodé, la cui presenza si stingeva ancor di più- indifferenziata e incolore- in mezzo ad altri oggetti di uso quotidiano, alcuni anche logori.
Ma lei ci era affezionata, era la sua radio, dopotutto.
Proprio la radio “road star”, quell’oggetto diventato quasi invisibile per essere in realtà troppo presente fu il muto testimone di quello che lei chiamò, d’allora in poi, IL FATTO, si, era giusto usare le lettere maiuscole, ad indicare quell’avvenimento che s’incuneava, triste e stolido e anche un po’ osceno e barbarico, nelle sue solite giornate. Un avvenimento dall’andamento brutale, che aveva inciso nel suo flusso vitale una radicalità paragonabile al trapasso da una era geologica all’altra, come se tutto, a cominciare da se stessa, fosse stato sottoposto a inenarrabili sommovimenti, e a veri e propri disfacimenti, e non fossero rimaste altro che macerie.
Quando aveva saputo- e la cosa aveva cominciato a premere come una nera macchia pulsante sulle sue tempie fredde, una massa gelatinosa in gola a soffocarla- la radio era accesa: trasmetteva una di quelle musichette allegre, forse musica da ballo, certamente tradizionale,- no, non si ricordava il titolo, e nemmeno chi fosse l’ interprete, d’ altra parte non avrebbe potuto, non si distingueva in nulla dalla melassa vischiosa della eterna colonna sonora che ormai serviva come sottofondo senza respiro in qualsiasi trasmissione di qualsiasi radio imperante, a lei pareva una musica fatta di note luccicanti e vistose, trasmutazione in riflessi acustici di mille luci stroboscopiche dal medesimo colore sfaccettato e abbagliante di allegra bigiotteria infantile – una musica ripetitiva nei concetti e rapida nelle accensioni ritmiche, una musica che celebrava l’amore nel modo più trito possibile, l’amore banalizzato nelle forme più universalistiche e kitsch, l’immagine dell’amore fatto di stereotipi e di menzogna, e proprio per questo vincente ed eterno.
Quella musichetta ballabile, quasi da operetta, strideva , oscenamente strideva con la sua mutata realtà, sembrava uno sberleffo, e questo non faceva che accentuare la sensazione di lei, di essere pervenuta alla terribile consapevolezza della pervasività della stonatura, la eterna stonatura cosmica, come se la terra fosse un atomo infetto e di provenienza aliena, e sotto la sua crosta non ci fosse che sangue, sangue in ebollizione, pronto a sgorgare da infinite fenditure, la terra solo un atomo in perenne rotta di collisione, la terra che si muoveva accompagnata da un sottofondo musicale trito, ed anche un po’ falso e kitsch, forse per rendere più fluida la flussione escretoria delle lacrimae rerum, lacrime sempre lì lì per sgorgare.

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