DI QUEL MISERERE


Cosa dalla propria linfa tolta
– lungo le coste dissossate dall’Onda-
nella funeraria furia
di un miserere slacrimato
sversata sono ,
giù nello sprofondo- e nella sepsi-
tra i criptogrammi
di quella mera elaborazione dottrinale
con quel suo assioma del tutto vuoto
(e finanche abnorme, forse)
e pure tra quelle vacue mosse laterali
da gioco dell’oca- quello terribile-
dei demoni dei contrafforti.
In quello stretto vicolo
di un enunciato pur breve
i Devastanti
segni indelebili
(e di dura patogenesi osmotica)
hanno lasciato dunque,
e il resto è solo spoglio,
per il disubbidiente del crimine,
di quel pactum sceleris.
E c’è qualcosa di indetto
– e di indicibile-
che dal ventre sale,
e delle viscere è iato,
perchè non solleva affatto,
l’anima vedere dei colpevoli,
quando si sa che i delitti
neppure con il tempo
svanire possono.
E in questa benefica
( quand’anche puressa obtorta)
tregua dalle grida,
sola residua
quella stessa disragione seminale,
con il suo frantume,
e il divoramento dall’interno
– e dell’interno tutto-
sempre lì a lavorare alla cieca,
e nel buio sempre,
quale Misfatto.
( E mentre in ruina cruelmente
a freddo incendiato viene
lo Stabulario intero,
tra quelle secche e storte e estorte
maletudini mortuarie
dal ritmo cerebrale tamburato,
nel declive a rinculare,
giusto lì,
lì a rovinare strette)

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