IN QUELL’ENIGMA CHE SOLO CONTA


Impollinavano,
– i fiori d’ombra-
nello scrigno del cranio,
lì nei vertici apicali,
sciame di vespe
su una poltiglia sbattezzata.
Ma non era bello vedere
coi propri occhi
la propria rovina,
ed era certo, dopotutto,
il dovere crollare
– e in modo compulsivo-
nel dove tutto sempre inizia:
in quelle contorsioni ipergeometriche
di un’intrusione abusiva
da accettare schinati
quasi poi fosse l’accesso,
-oppure un viatico-
in quell’Enigma che solo conta,
l’apologo spurio di una sola Solitudine
insufflata a forza e impunemente
tra le disperazioni degli sbandati,
ognuno al di sotto
del proprio trono di rassegnazione
al tallone di ferro della nuda vita,
lì ad libitum a spezzare.

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