IL TALE, L’AUTISTA


Il cieco scendeva sempre alla pizzeria detta oasi e poi, dopo essersene stato un po’ lì ma non troppo e anche misteriosamente per chi non lo conosceva a fondo- oltretutto diceva che i proprietari erano dei suoi parenti alla lontana, ed era quello il motivo per cui si fermava ogni volta lì, come andasse a finire in un luogo sicuro e familiare, anche se la maggior parte delle volte e nonostante queste sue abitudini inveterate e anche leggermente ossessive, una sorta di passi altamente obbligati e malsani come se il cieco non avesse scelta e fosse un animaletto – cavia in gabbia sempre li a ruotare invasato e insonne- preferiva sempre raggiungere poi il paese andandosene a piedi su uno dei marciapiedi stretti del ponte, subito dopo avere oltrepassato una certa curva angolata sulla destra, quella che sul suo margine estremo era delimitata da un piccolo spazio adattato a raccogliere i rifiuti differenziati che finivano in certe campane plastificate sempre stracolme e oltre le quali appena dietro iniziava poi una stradetta sterrata che finiva in una frazioncina laterale e defilata, la frazione che tempo addietro era stata interessata da un movimento franoso, che l’aveva quasi portata a scomparire e comunque c’era mancato davvero poco che alcune casette finissero per cadere sprofondate nelle acque di quel fiumiciattolo che subito passato quel centro abitato arrivava minaccioso a formare gorghi e come delle ripide verdastre e mugghianti, come se si formassero precipizi e cascatelle lungo quella sua linea a zig zag che – in quei tratti e proseguendo per pochi chilometri ancora- pareva un susseguirsi di gole tenebrose , poichè ai suoi due lati si fronteggiavano i contrafforti semimontuosi di alcune colline che durante i lunghi inverni parevano fatti solo di pietra, salvo poi verdeggiare di morbido verde nelle belle stagioni dando l’impressione che tutti i sentieri a picco che una volta servivano agli scarsi abitanti di quei bricchi fossero stati cancellati dal pervasivo moltiplicarsi di un verdeggiare malsano e avvolgente come quello di un eden primigenio che volesse cancellare le tracce di luoghi una volta abitati. Camminando da quel lato del ponte- il lato destro che di solito prendeva il cieco per andare in paese, anche se era pericoloso, perchè era lo stesso lato in cui procedevano le macchine- non si potevano vedere i disastri procurati dai sommovimenti franosi, quei residui cicatriziali li si potevano visualizzare solo guardando l’intero panorama del paese dalla parte sinistra e fin verso l’entrata del borgo, quando si vedevano certe propaggini ondulate, strette e frammiste una sull’altra che potevano fin quasi sembrare una sovrapposizione a strati di terreni e prati prima distinti e separati, sembravano gli strati sovrapposti di una torta che avesse subito degli schiacciamenti forzosi e maligni, e per un occhio attento allora era quasi possibile visualizzare le linee di sfagliamento, quelle di rottura e spostamento, tipiche di quella zona montana depressa e preappenninica, che veniva definita come zona sottoposta a sommovimenti franosi continui, e quindi non del tutto assestata, di terreno friabile che era di origini calcaree, una cosidetta zona a rischio per frane e scosse di assestamento di probabile origine tellurica, e quando lei guardava quel lato con attenzione pensava chissà come a certe vedute di paesaggi orientali di risaie immerse in terreni umidi e quasi paludosi., terreni di marcite e di nebbioline gocciolanti.
Lei ricordava ancora una certa volta quando, attraverso passaggi stretti in una verzura soffocante di viluppi e liane nodose da giungla, e in compagnia di parenti vari, erano arrivati per caso e proprio da quel lato di quella frazioncina agli argini pietrosi del torrente che ora si voleva interrare in alcuni punti facendolo scorrere in tubature, e lei quella volta aveva scoperto che a quel punto le acque sprofondavano all’improvviso in buche di altezza indefinibile e in cavità improvvide a trabocchetto nei punti più inaspettati, delle specie di anfratti occultati da un verdeggiare pervasivo che dava al paesaggio intero un aspetto barbarico di mistero limaccioso nel procedere serpentino di curve e controcurve di liquidi cristallini in movimento impetuoso e forse terribile, schiume liquide e biancastre su certi pietroni lucidi e a picco e perfino aguzzi dove si rischiava di scivolare a ogni minimo movimento, e tutto era viscido e in bilico, nell’aria trafitta da luci pulsanti e come alonate da un riverbero azzurato nel pulsare gocciolante di un verde che stillava un odorume marcio e infestante, le era parso davvero di entrare in un mondo selvaggio, e proprio da quella parte destra, e per lei era stata una vera sorpresa, non se ne capacitava, di questo cambiamento repentino: il fiumiciattolo dall’altro lato si presentava lineare, e monotono nella sua piattezza biancastra per via dei sassi ovali levigati da acque di pochi centimetri e solo in vicinanza di una specie di piscinetta artificiale e che chiamavano I sassi neri- quello era l’unico punto dove ci si poteva tuffare con una certa sicurezza- si poteva vedere qualcosa di meno piatto e monotono, e davvero nessuno avrebbe pensato che a così breve distanza la natura e la conformazione cambiassero così drasticamente.
Quell’uomo, il cieco- certo tutti sapevano il suo patronimico, ma con l’andare del tempo, oramai pressocche tutti lo nominavano così, genericamente, quasi lui fosse diventato l’emblema di un’intera situazione esistenziale- quello della famiglia dei ciechi- e quel termine indefinito oltretutto permetteva alla gente di parlarne anche male, di dire finalmente ciò che pensavano del suo carattere duro e ombroso- se ne andava ogni volta a piedi e dopo quella sua e sempre ripetuta breve sosta al bar oasi, quasi per sgranchirsi le gambe, per prendere un po’ di aria, da quella sua vita abitudinaria e tremendamente uguale a se stessa, da diversi decenni ormai.
Egli scendeva appunto a una fermata precedente di bus e poi continuava a piedi su quel ponte di recente costruzione, al più tardi risalente ai primi decenni del ‘900, non ci si poteva sbagliare, lo testimoniavano quelle che a lei parevano delle riproduzioni fotografiche in bianco e nero, e alquanto artigianali, degli ingrandimenti un po’ sgranati come dei vecchi fogli di giornale riprodotti e come appiccicati su delle tavole di notevole spessore, e appesi – squadrati come erano e senza bisogno di una cornice- sulle pareti del bar-pizzeria centralizzato: lì il ponte non compariva ancora, il nucleo originario del paese – pochi edifici, ancora riconoscibili, immutati del resto-sembrava unito da una stradetta sterrata che congiungeva le due sponde del fiume attraversandolo nel suo punto più stretto, seguendo naturalmente le sue anse sassose e arrivando poi a collegare la strada delle frazioni montuose con l’arteria pressocchè unica del comune E a lei quel panorama pareva più bello, incastonato senza forzature nell’ambiente naturale circostante.
Quell’uomo passava solitario e come un’ombra informe ma che era capace di rimanere impressa sulla retina – ogni tanto, ma solo nella bella stagione, si poteva vedere anche una donna vedova di ascendenze francesi che se ne andava calma e a testa bassa a fare la spesa con il suo borsone munito di rotelle rotelle, di altri non ne passavano-su quel ponte -spartiacque, costruito talmente alto su quel torrente da parere un qualcosa di incongruo, una specie di abusiva cattedrale nel deserto, un manufatto inutile e pachidermico sopra quel corso di poche acque ristrette e rese un rigagnolo giallastro quando i periodi di siccità duravano troppo a lungo. E ogni volta che ci si azzardava a proseguire a piedi lì sopra ci si sentiva come spinti da folate fredde di vento polare anche nella bella stagione, come se altissime volute gelide arrivassero fin lì sopra in alto spinte da mulinelli mefitici che certo provenivano da sotto quelle quattro campate poggianti su certi piloni cementati e anodini che parevano l’esecuzione trascinata stancamente e portata a compimento dopo un numero inenarrabile di rattoppi dovuti certo a mancanza di finanziamenti adeguati ( Si trattava di un’opera in muratura fatta alla grossa e incolore, anche se poi qualcuno le aveva parlato di una ristrutturazione abbastanza recente, un’opera quella seconda volta fatta a regola d’arte dicevano, dopo un’alluvione che aveva reso necessario fare esplodere completamente le arcate spezzate del ponte : e tutti gli abitanti più anziani se lo ricordavano bene, quell’avvenimento epocale, non solo per il disagio arrecato al traffico a causa dell’obbligato utilizzo di un ponte sostitutivo di chiatte opera del genio pontieri richiamato in fretta e furia dalla provincia, ma soprattutto perchè -all’atto del brillamento delle cariche espolosive- un tale, il figlio dell’ultimo “orsante” della zona e di quella che tutti chiamavano la svedese, il personaggio che aveva la fama di essere esperto in piccole ruberie- era il ruba galline della zona, ma non era poi così cattivo lo diceva perfino l’arciprete- incurante delle grida di avvertimento, aveva cercato di attraversare con un balzo felino i due tronconi penzolanti del ponte- aveva coraggio da vendere, quel tale, e poi che cosa mai sarebbe potuto succedergli-e di lui era rimasto ben poco, ma che luucc d’un lucon …in fondo se l’era cercata, e nessuno aveva pianto per lui.
Anche X ondulava più del solito facendo quel ponte, e ancora più che lungo i soliti percorsi delle strade principali, anche lui pareva procedere obliquo e come spostasse un muro aereo che gli si opponesse di continuo e che solo lui sentiva- il vento veniva dalle anse delle sottostanti acque, era quello lo spazio circoscritto più ventoso dell’intera zona e di quel particolare paese affossato tra conche, un territorio investito spesso e all’improvviso da certi venti parossistici che bruciavano le colture e rinsecchivano di un giallo stinto grandi appezzamenti e boscaglie – e per sapere dove procedere il cieco batteva come suo solito ogni singola asta del parapetto metallico con un bastone ridipinto maldestramente di bianco- è un bastone grezzo, lo si vede chiaramente con tutti quei nodi e quella struttura contorta, pare un ramo dipinto con dei colori di un bianco sporco da un bambino per divertimento- faceva tintinnare metalliche quelle sbarre eternamente scrostate del parapetto, finchè arrivava alla fine, e allora svoltava immettendosi lungo la via principale e questi gesti di assestamento posturale a ogni passettino lento e sbilenco, li ripeteva poi al ritorno, per verificare di essere giunto esattamente nei pressi di quella panchina di marmo che segna la fermata del bus che lo deve riportare a casa. Giunto lì, e per via di un suo misterioso orologio interno che lo preavverte che sta arrivando il pulmino senza che lui sia costretto a chiedere l’ora a nessuno lì attorno- ha un carattere duro, non gli piace chiedere alcunchè a nessuno e si mette sempre avanti a tutti, come un prepotente , una figura dominante, pronto a fare a botte per la difesa del suo territorio, dai suoi gesti si potrebbe credere che abbia imparato a muoversi come un rabdomante in ricerca di un punto sotterraneo – raggiunge quel punto, il punto esatto e invisibile di una fermata non indicata da nessun cartello-orario, e lo fa dando alla fine dei colpetti con quel suo bastone all’insegna metallica che avverte che il benzinaio è aperto: si sente il rimbombo, si sente, l’insegna è fissata a terra, ma maldestramente, pende obliquamente e tutta schiacciata da una parte verso la base plastificata del supporto che la tiene su, pare come ridotta da una pressa, forse qualcuno l’ha impattatata con un veicolo, e adesso sta su per miracolo, ma la vedova del benzinaio non l’ha ancora gettata via, sia pure ammaccata e pendente come indicazione può ancora servire nei giorni e negli orari in cui quel distributore rimane chiuso e bisogna arrangiarsi con il self-service.
Quel giorno sembrava che il pulmino prenotato per il ritorno tardasse più del solito, erano già passati quelli con direzione verso la zona della pineta, quella che contornava nella parte ad esso sovrastante uno spazio adibito a campeggio estivo con piscina per piccoli e adulti , e che era poi l’unica in tutta quella vallata, e lei si era sempre chiesta il motivo per cui in quei territori che si potevano definire di altezza medio- alta, zona di colline preappenniniche e di alcuni contrafforti certamente montuosi non ci fossero alberi e verde appartenenti alla specie degli aghiformi, pochissimi pressocchè inesistenti tranne la famosa pineta appunto, il punto da dove poi si poteva proseguire solo inerpicandosi ripidi con impennate senza gradualità e con sviluppi verticalizzati all’estremo per poi arrivare a certi villaggetti arcaici appollaiati su in cima e in ultimo a certe praterie da western con animali allo stato brado su un altopiano subito digradante, dopo curve e controcurve capaci di mettere a dura prova il sistema frenante e l’aderenza al terreno perfino delle vetture a trazione integrale, figurarsi poi di quei mini bus che parevano ogni anno più stretti, quasi subissero revisioni continue, e una specie di riadattamento on demand, con meno spazio a ogni diminuzione progressiva dei già pochi utenti statisticamente probabili in base alla popolazione risultante di quella zona da sempre depressa.
Il cieco-avvolto e quasi stretto in un giaccone di velluto a grosse coste e dalle tonalità violacee- aveva continuato a alzarsi , a avanzare con dei passettini trattenuti verso il confine invisibile dell’asfalto, in quel punto sgombro di marciapiedi, anzi a ben vedere da entrambi i lati di quella strada non ve ne erano poi, di marciapiedi veri e propri, in realtà vi erano solo dei tratti leggermente sopraelevati e antistanti le vetrine dei pochi negozi in attività, intervallati senza regola quasi arbitrariamente dai piani a livello dell’asfalto vero e proprio, e bisognava stare attenti a camminare -dati i dislivelli della strada- bisognava tenere gli occhi rivolti verso terra.
Come fosse solo in mezzo al gruppetto di chi aspettava in silenzio i bus per i diversi tragitti, si agitava più nervoso che mai, quasi inquieto, continuava in cadenza quasi violenta a picchiettare monotono con il suo bastone di un bianco grigiastro sul cartellone anodizzato dell’insegna del benzinaio che infatti presentava sulla superficie rettangolare degli affossamenti, delle specie di tacche : ogni colpetto dato dal bastone procurava- e aveva già provocato tempo addietro, quelli del cieco sembravano gesti ripetitivi, consueti, e ossessivi per via di una forza non calibrata, come se quell’uomo esagerasse, mettesse i puntini sulle i, volesse in realtà usare il bastone contro gli uomini con cui aveva a che fare e che disprezzava per colpe che lui solo conosceva- un avvallamento reso possibile dal materiale di risulta e dallo spessore millimetrico dell’insegna stessa , l’aveva deteriorata certo lui con quel suo bastone, l’insegna non l’aveva semidistrutta nessuna vettura incocciandovi contro per via magari di una manovra errata, in quello spazio ristretto e occupato spesso anche da autovetture in sosta non consentita.
Dopo questi colpettini di verifica così insistiti- una gragnuola di colpi- l’uomo poi faceva subitamente uno strano gesto accostando la testa verso il polso e sollevandosi nel contempo il risvolto del giaccone pesante, come se si mettesse a controllare di nascosto dagli altri che aspettavano il display pulsante di un qualche orologio appositamente tarato che lo tenesse al corrente dell’ora esatta del passaggio del minibus…quel maledetto bus- lui la chiamava corriera- era in ritardo, uffa, sempre aspettare bisognava, aspettare e poi aspettare, non erano mai in orario, diu t’a maledissa, continuava a borbottare, diu t’a maledissa, e poi si rimetteva più spostato verso il muro di una di quelle abitazioni accostate – alcune erano in posizione sopraelevata su certi terrazzamenti- allo spazio del benzinaio con annesso locale per lavaggio autovetture, cercando come meglio poteva di appoggiarsi a qualche angolo minimale di quella sola e anonima panchina di pietra porosa , che d’inverno faceva gelare i vecchi sempre carichi di borsone di plastica stracolme.
Quella volta il piccolo bus di colore azzurro cielo si presentava semivuoto, subito appena arrivato il cieco l’autista lo fece salire da dietro, nella seconda fila, quella subito dietro il divanetto anteriore dove accanto all’autista stesso potevano sedersi uno o al massimo due passeggeri, e lei di solito preferiva sedersi davanti, da lì si godeva meglio il panorama, e poi evitava la sensazione di stretto e soffocante, che sembrava caratterizzare i posti posteriori: seduti di dietro pareva di essere chiusi in una scatola di lamiera ondeggiante e pronta a ricevere colpi da ogni parte, oltretutto senza la possibilità di osservare la strada che si snodava tortuosa e nemmeno di tenersi fissi per maggiore sicurezza – ai lati non c’era nessun maniglione a cui potersi aggrappare, e le porte non erano a apertura e chiusura automatica , si vedeva chiaramente che quei bus in dotazione erano dei camioncini della fiat recuperati e poi ristrutturati per essere adattati in qualche modo a trasporto persone, tutta la struttura interna era stata messa dopo, anche i sedili, anche quello che sembrava il sopralzo a linoleum del pavimento- dove stavano incuneati i sedili posteriori ricoperti di tessuto blu e a viva forza puntellati in certe scalanature con marchingegni visibiliissimi e di colore nero luccicante come una vernce appena dipinta- le pareva un sistema inchiavardato ecco, l’intera parte dietro non era in origine che il vano carico-scarico merci del modello di furgone più richiesto dai fornitori- e i viaggi in quel modo, con quel mezzo arrangiato, finivano per essere quasi sempre diasagevoli, una piccola prova di tortura.
Con quel mezzo e su quelle strade si era costretti per forza a subire le inevitabili oscillazioni a cui il succedersi delle curve costringeva, a ogni curva uno scossone, e veniva davvero la tentazione di lanciare una smadonnata, proprio come faceva spesso il cieco, issato di dietro quasi fosse un grosso pacco dall’autista che poco prima – al momento della salita e della ripartenza- aveva fatto smuovere a livello più basso -e dopo aver spinto un pulsante a lei invisibile- un gradino che nel fuoriuscire si duplicava, e quello sottostante era semovibile fino a terra: quel tale aveva spinto X in su, quasi artigliandolo per un braccio, e subito dopo gli aveva ridato di malagrazia quel suo bastone di un bianco ingrigito, e dal manico stortignaccolo, che lui aveva appoggiato sul posto accanto e libero.
ll bus era in ritardo, e a lei era subito parso che il ritorno potesse per questo motivo essere peggiore del solito, d’altra parte alla guida c’era il più anziano degli autisti turnanti e poi lei proprio con quell’autista aveva avuto da ridire , già una o due volte glielo aveva detto lei, che non doveva accelerare sulle curve, che lei era costretta infatti a sedersi davanti perchè altrimenti poteva stare male, con tutte quelle curve, e poi non le piaceva che le curve fossero prese- anzi, tagliate- in quel modo così pericoloso, come se dall’altra parte non ci potesse mai arrivare nessuno, sembrava che lì in quella zona montuosa e con le strade non troppo bentenute dagli addetti della provincia gli automobilisti stanziali volessero a ogni costo guadagnare terreno predendo delle scorciatoie, come facevano un tempo, quando le strade carrabili non c’erano ancora, e allora per raggiungere certi paesi di valle si tagliava per i campi e per i pendii, usando dei tratturi ormai nascosti da grovigli sterminati di erbe e arbusti cresciuti a dismisura. E già più di una volta ai suoi inviti di guidare piano per favore quell’autista le aveva fatto presente che lui aveva tanti impegni, poi doveva tornare subito indietro, e doveva pulire quello stesso autobus, il suo compito non era solo quello di guidare , lui, lui doveva lucidare e lavare il bus, e lo doveva fare per limitare i costi di quella azienda pubblica da cui dipendeva in subappalto, lui non ne aveva di tempo da buttare, non era mica come lei. Lui aveva sempre lavorato duramente ecchecredeva, ne aveva fatti di mestieri e di ogni tipo, e in tutta italia, quel tale glielo sbatteva in faccia pressocchè ogni volta la vedeva, e tutte le volte che le aveva fatto presente questi suoi doveri minimi da autista di mezzo pubblico – lui avrebbe avuto l’obbligo di cercare di guidare al meglio e secondo le norme, gli continuava a dire- quell’autista invece si era poi messo a guidare ancora peggio, survoltando il trabiccolo, arrivando a strisciare i pneumatici come di abbrivio lì sulle curve tagliate oblique, e lei poi aveva preferito starsene zitta , limitandosi a guardare sulla strada che le scorreva davanti stretta, e meno male che su quei tornanti il traffico era pressocchè inesistente, tranne alcuni camion con rimorchi stracarichi di legname o balloni giganteschi di fieno che davano l’impressione di non essere ben fissati, e eccedenti il peso massimo consentito per quegli automezzi, e c’era allora solo da sperare che si fermassero poi alla pesa proprio lì in paese davanti al bar-pizzeria per verificare che tutto fosse nella norma, e magari farsi ridare un’occhiata ai ganci e ai fissaggi, con certi autoarticolati su quelle strade era meglio fermarsi e lasciarli passare, occupavano l’intera carreggiata e toglievano la visuale.
In quel momento però tutto sembrava sgombro, e solo le curve si succedevano alle curve, nel solito tragitto obbligato per raggiungere quelle frazioni disseminate a mezza costa e poi su in alto. Quel giorno il cieco era molto molto silenzioso, non aveva neppure detto all’autista di inserire nell’apposito comparto una delle sue cassette di musichette popolari che si portava immancabilmente dietro, e a lei sembrava di essere del tutto sola accanto a quell’autista
Era l’autista in capo, colui che – dopo lo spostamento di qualifica e di zona dell’ex segretaria addetta unicamente a ricevere le telefonate e la prenotazione dei viaggi on demand e che era stata spostata dopo alcune delazioni, l’avevano spostata infine a altro incarico perchè finiva sempre a andarsene al bar, praticamente non faceva nulla lì in quell’ufficetto defilato e minore- coordinava ora in prima persona le suddivisioni e le nomine giornaliere degli autisti lungo i vari percorsi possibili per raggiungere le numerose frazioni all’interno di quel territorio di superficie molto ampia, era quell’ autista capo a decidere chi doveva andare e lungo quale tragitto, e in quale orario, d’altra parte faceva tutto lui, era il factotum in pratica, lavorava fin troppo e tappava pure le carenze di organico e le defezioni senza motivo, e la paga invece era sempre quella, accidenti a tutto il mondo porco, ce ne erano di ingiustizie e di infamie.
Il piccolo automezzo filava veloce, accelerando ancora di più nei limitati tratti rettilinei, in quei punti il guidatore pareva perfino un po’ frenetico, e lo sguardo di lui le pareva allucinato, in quei momenti arrivava perfino a rimpiangere la presenza del suo sostituto, quello fin troppo rigido, quasi inerte, uno arrivato da poco, uno che non le sembrava di avere mai visto da quelle parti anche se lui affermava di essere originario di quelle zone: che strano a ripensarci era stato proprio quel sostituto a dirle come certe persone cercavano di approffittarsi della cecità di quell’altro passeggero che adesso se ne stava silenzioso di dietro, non gli davano quasi mai il resto esatto, anche se poi aveva glissato quando poi lei gli aveva chiesto di denunciare queste persone se lui era stato davvero testimone oculare di tali atti inqualificabili: d’improvviso lui aveva troncato il discorso e con le mani dalla forma allungata e leggermenti tremanti- certo sembrava nervoso quella volta, di un pallore quasi itterico – si era messo a posto gli occhiali fumè, di una tinta a mezzo tra un giallo ossidato e un verde vescica e poi sempre per darsi un tono si era ostentatamente messo a raddrizzare- distogliendo per un lungo attimo lo sguardo dalla guida- certi aggeggi cartonati a forma stilizzata di pino, dei marchingegni ondeggianti lì davanti al di sopra del cruscotto che avevano il compito di rilasciare essenze coprenti gli odori di quell’abitacolo troppo stretto (A lei, ogni volta che andando in bus posava il suo sguardo su quelle ondeggianti sagomette cartonate, venivano in mente quegli alberelli prima ritagliati e poi appiccicati sulle letterine degli auguri da offrire ai genitori in occasione dei festeggiamenti per il natale, ne teneva ancora una di quelle letterine, accanto all’alberello di un verde lucido certe linee smunte e minime tratteggiavano giuseppe e maria, e praticamente del gesù era rimasto solo una polverina giallognola a indicare quella che era stata un tempo l’aureola )
L’autista di quel giorno era quello dall’aspetto più attempato, un segaligno alto, e asimmetrico in volto, soprattutto lungo le linee delle labbra che -appena si metteva a parlare- sembravano delineare una specie di apertura sghemba, tanto che quasi sempre il suo sorriso pareva essere un sogghigno, ogni parola soppesata e pensata al di sotto di un pensiero malsano, sembrava avere le labbra di quel personaggio autoriale, quello interpretato da yack nicholson in quella famosa serie di film tratti dai fumetti della serie di Batman, la parte di Joker, una sorta di caratterizzazione magistrale del capo dei criminali della città di gotham, reso deforme dall’immersione in una vasca di acidi, e con stampigliato per sempre sulla sua faccia dal colore di gesso una folle risata chiusa entro sottili linee dal colore di sanguinaccio purpureo: certo lui pareva più smunto e scavato, con quelle sue guance un po’ afflosciate, ma l’impressione immediata faceva pensare a una non esatta calibratura delle parti in cui si sarebbe potuto suddividere il volto secondo il modello della suddivisione aurea, lo strumento usato anche dai grandi pittori nello studio dell’anatomia delle fattezze umane, forse anche da quella bocca ci si sarebbe aspettati di sentirsi rivolgere con tono cantilenante e quasi osceno “Danzi mai con il diavolo al pallido plenilunio, danzi mai”, la domanda ipnotica e senza risposta, il tatuaggio verbale e dannato. prima dell’inizio del crimine innominabile.
Peccato davvero che l’altro passeggero non avesse portato con sé in quel suo borsello dalla foggia antiquata uno dei suoi mille ballabili registrati e duplicati con l’apparecchiatura argentea del karaoke domestico, lei quella volta l’avrebbe sentito volentieri uno di quei pezzi ripetitivi e con dei rif cantilenati con voce suadente che parlavano di amori appassionati e a buon fine, quei residui idilliaci di un mondo mai esistito, niente, non se lo era portato dietro quel giorno- strano davvero-e nell’abitacolo insisteva un silenzio costretto che la faceva rimanere a disagio, c’era un’ansia sotterranea, e lei era fuoriposto.
Sul rettilineo breve che stava iniziando a svolgersi nel tratto intermedio dove si avvicendavano due diverse frazioni dall’identica denominazione- l’unica differenza era nell’aggiunta nominale, una frazione era quella di sotto, l’altra di sopra.- all’improvviso lei si accorse di un assembramento folto e nerastro lì sull’asfalto- poco più oltre le gomme anteriori in movimento- sembrava un qualcosa di aggrovigliato e immobile, era uno stormo di uccelli, come raggruppati uno sull’altro, chissà che avevano trovato a terra, non se ne volevano andare, non si muovevano in alcun modo, lì sul’asfalto si stavano suddividendo qualche preda.
Di colpo lei si mise a dire: “ma non può rallentare almeno adesso, sembra che vada perfino più forte.. ma che, ma che lo fa apposta forse lo fa .. ma non li vede tutti quegli uccellini, ma la smetta.. rallenti su…. non è possibile, non è possibile.. ma che sta facendo mai, fa apposta fa, ..vuole forse prenderli sotto? Ma guardi che se continua così gli va addosso.. non vede che non si muovono, chissà perchè, ma sembrano fissati.. .. li vuole uccidere.. li vuole.. li vuole proprio uccidere.. maahh.. ma vada piano, vada..”
Prima di inchiodare sterzando in direzione apposta evitando per un soffio di trascinare gli uccelli sotto le ruote, l’autista aveva avuto il tempo di volgere il volto alla sua destra, ridacchiandole addosso, mentre il cieco seduto di dietro l’accompagnava con un ridacchiare convulso e maligno, un lungo singhiozzo rauco come se fosse divertito da quello che sarebbe potuto succedere.
“ Ehi, ehi, ma che cosa crede.. e allora.. anche se li schiacciavo tutti, ma che male c’era.. ma non lo sa che uccelli sono.. non se ne è accorta, non capisce niente.. sono dei piccioni..degli animalacci come gli storni e andrebbero ammazzati tutti.. sì sì…. almeno io avrei piacere a sterminarli.. sono degli uccelli terribili, dove vanno distruggono, fanno dei danni terribili, sporcano dappertutto, rovinano perfino i monumenti.. rovinano tutto.. … a me praticamente hanno distrutto i davanzali delle finestre e anche il pavimento del balcone, .. eppure ho cercato di preservare i davanzali in tutti i modi.. l’avevo detto mille volte a mia moglie di non gettare briciole dalle finestre e sul balcone.. di non attirarli.. ho tentato di tutto.. all’inizio mettevo dei cartoni, ma non risolvevano niente.. tornavano e sporcavano e non lo sa lei che riescono a corrodere perfino il ferro.. espellono acido acido.. ha capito o no? . altro che cartoni allora mi sono informato ne ho provate di tutti i tipi.. mi stavano facendo impazzire.. ho messo di tutto sui posatoi, sul balcone, dappertutto.. mica volevo finire come quell’inquilina delle case popolari che alla fine ci ha perso un’occhio, e non l’hanno neppure indennizzata, colpa sua, macchè povera crista…
non era stata attenta.. no quella là non ha fatto attenzione.. altro che povera crista non è stata attenta come me…prodotti chimici ci ho messo, un sistema di spilli d’acciaio ..e dappertutto e anche sui parapetti.. e poi mi sono fatto convincere a usare un dissuasore a scariche elettriche.. per un po’ non ne ho più visti, ma poi.. uhh, ammazzarli tutti, ammazzarli tutti.. ci vuole una soluzione finale.. il napalm ci vorrebbe ..e i maledetti piccioni sgagazzatori e gli storni che rovinano anche i frutteti, ce ne sono troppi, troppi.. oh, se ripenso al mio balcone, sa io abito proprio nella piazza principale.. una bell’appartamento, ci tengo io alla mia casetta… ehh..magari avessi anch’io un fucile,, saprei io cosa fare.. e poi lei deve smettere di dirmi che cosa devo fare.. è lei che non capisce niente.. non sa niente, niente, altro che rallentare per via degli uccellini,, ma quali uccellini.. ucciderli tutti, ucciderli tutti, sterminarli anzi, sterminarli tutti altrochè.. e non mi dica più cosa devo fare!”
E quando – arrivati alla frazione- l’autista dopo avere azionato manualmente l’apertura della portiera perchè lei scendesse sogghignò una volta di più guardandola, si sentì dal fondo di quello che era stato il vano-furgone una risatella vacua e rasposa, a segnalare l’approvazione incondizionata e non bisognosa di parole dell’unico passeggero rimasto, del cieco appartenente alla famiglia dei ciechi: forse per il resto del loro tragitto i due camerati avrebbero cadenzato all’unisono, e tra un sogghigno e l’altro a deformare la linea delle labbra ”ucciderli tutti, ucciderli tutti, ecche ci vuole mai… così bisogna fare.. eliminarli.. farli fuori tutti”un macabro ritornello con alla base il ritmo tamburato e sempre più affannoso del ribattere monotematico del bastone da rabdomante maligno su quei tubolari verniciati di un nero vitreo in quell’abitacolo stretto.

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