E ALLE VICINANZE – INFETTE-


Dai teatri di ferocia
– e dei furori-
dai tramonti lacerati di quei tempi
(tanti tempi,
tante sevizia)
si era poi finiti
– simile a un atto di perdizione-
nel regno inclemente e meschino
dell’amore…
( … Io l’avevo profetata,
l’affezione triste!…)
Non restava
che fare assegnamento
su quelle certe eccitazioni,
nel toccare una carne
nella propria carne:
gli incordamenti,
le dislogazioni,
quel formicolio di pelle in pelle,
e per ogni dove i segni del corrotto,
le enumerazioni dei sintomi, i medesimi
( e quella furia nelle sommessioni,
alle vicinanze- infette-.)
Era stato poi
come un ristagno,
il loro fatidico silenzio,
e in un olezzo da affogati,
( cose, oh, cose…
cose da far récere i cani)
a forse infondere
alla città morta
quella fatale frenesia,
una apocatastasia,
e pure con certi inequivocabili segni,
quelli degli ossidi finali.

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