QUELLLA VOLTA (4)


“Stai perdendo troppo tempo. su su, datti da fare.. lo sai, no, guarda quanti minuti hai perso .. è meglio che non sfori l’orario. sai già come andrebbe a finire, tutte quelle questioni miserabili, quei tormenti… uffa … muoviti, sei sempre la solita!”
Bruna- questo era il nome della donna delle pulizie-sembrò masticare
queste parole tra sè, un biascichio assorto, neppure una persona vicinissima a lei avrebbe potuto comprendere esattamente ciò che stava dicendo mentre nel contempo si torceva- fin quasi a lacerarli, data l’estrema delicatezza del materiale viscoso-quei suoi guanti sottilissimi da lavoro per cercare di riposizionarli nel modo più
aderente possibile alle dita e alla conformazione delle sue belle
mani: dopo quell’esame accurato del pugnale,quelle manipolazioni torbide con un oggetto mai visto,aveva l’impressione che i guanti le si fossero allentati addosso sia pur di poco, forse per via di quegli ultimi gesti scomposti con cui aveva cercato di riposizionare quel materiale freddo e levigato nell’identico punto dell’angolo dove lo aveva trovato. I guanti da lavoro le dovevano continuare a dare la
sensazione di essere una sua seconda pelle, non doveva esserci nessuna piega o nodulo grinzoso, li avrebbe sentiti, le avrebbero dato fastidio, mentre detergeva i vari ripiani o torceva il panno da pavimento.
Fin dalla prima volta che si era trovata in quello stanzone ampio e dal pavimento leggermente in pendenza- come fosse stato riattato malamente più volte e in tempi diversi-era arrivata alla ferrea convinzione che i suoi movimenti e i suoi gesti per essere produttivi dovevano essere esattamente protocollati .
Era per via di questa argomentata convinzione che iniziava quelle sue due ore di pulizia settimanale partendo da uno degli angoli estremi della cucina- era forse l’angolo più a nord della casa, ma non ne era sicura- per poi procedere progressivamente anche nelle altre stanze.
La prima operazione consisteva nello sgrasso minuzioso delle listarelle di legno, a grandi bande verticalizzate. che ricoprivano pressocchè totalmente dal pavimento al soffitto- due delle pareti lasciando invece libere quelle altre due , quella dove si trovavano il frigorifero, l’acquaio e la cucina a gas, e quella che risultava occupata interamente e a fil di muro- per guadagnare spazio nella parte centrale – da quella panca rustica dagli spigoli duri e respingenti, con quel filo rasposo- appeso direttamente al di sopra e lungo l’intera lunghezza del manufatto artigianale- e sul quale stavano ad asciugare dei giacconi o delle camicie da uomo, che –almeno fino a quando lei non apriva le imposte solitamente chiuse- nell’ombra livida dello stanzone le davano l’impressione di manichini di impiccati ondeggianti, sospinti come erano quei capi di abbigliamento su grucce di plastica da un soffio continuo determinato da una sorta di ventola di aerazione che era in vicinanza di una delle due finestre e che non sembrava potersi mai fermare, in perenne scricchiolante ondulazione anche se l’aria era del tutto immobile.

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