QUELLA VOLTA (5)


Pur mantenendo la coordinazione esatta dei gesti e del programma di lavoro, anche in quella giornata particolare sistemati i primi due lati Bruna fece anche quella volta un intervallo, aprì la porta d’entrata chiusa oltre che con il chiavistello con unsistema di sicurezza a asta metallica- il sistema tipico di vecchie cascine e abitazioni rurali- per portare all’esterno- e poi batterlo- lo zerbino che era alla base della scalinata dai gradini di pietra¬ che ,attraverso tre rampe e tre pianerottoli a lastre quadrangolari rosso sangue (quando ci ripensava, a quel colore, Bruna richiamava alla mente una tonalità pompeiana, il rosso vescica,il colore del sanguinaccio) portava alle stanze dei due piani superiori.
Aveva sempre un po’ di timore nell’aprire la porta principale, ma era costretta a farlo anche per fare entrare un po’ d’aria in quelle stanze asfittiche e forzatamente tenute in un’oscurita che sapeva di torbido, e di viscido.
Rimase per un po’. nervosamente, sulla soglia che immetteva su un sopralzo lastricato che rappresentava un limite divisorio rispetto al resto dello spazio di terra battuta che circondava quella proprietù dall’aspetto trascurato: non c’era nessuno nello spazio antistante, dove ci si poteva sempre arrischiare di imbattersi con uno dei fratelli del suo datore di lavoro, o con la moglie di quello maggiore di età,sempre indaffarata a entrare e uscire dalla sua casa, che era poi l’altra porzione della casa genitoriale dopo la suddivisione. Non si sentivano voci provenire dalle abitazioni limitrofe ,nessun automezzo si sentiva arrivare dai due sensi della carr,eggiata.-che costituiva una strada di passaggio tra due differenti provincie- Non c’era nessuno, solo si sentiva in lontananza un rumore a scatti, quello ansante di un motore di trattore , forse c’era qualcuno che stava facendo qualcosa su qualcuna delle pendici erte nelle immediate vicinanze, attorno si potevano vedere certi scoscendimenti, certi saliscendi tutti a curve di terreni ancora coltivati.
Nonostante quel silenzio, Bruna rabbrividì; anche il silenzio di quei posti, di quell’abitazione le cominciava a parere abnorme, manipolato, il residuo artificioso e costruito ad arte di un perenne trapestio lugubre di persone appostate dietro alle porte malchiuse di certe stanze piene di suppellettili e fiori di plastica dalla strana- quasi mostruosa- conformazione, davanti alle foto di famiglia messe li come se si trattasse di ex-voto sacri, ma ammonitori e barbarici, icone di odio malsano sotto l’aspetto di riconoscenti e addolorate testimonianze di caldi affetti. In quelle mille stanze che parevano vuote aleggiava un che di tribale, da ogni oggetto o apparato di arredamento tracimava un senso di avvertimento, una tremenda ammonizione vuota per occhi ciechi ; e di nuovo Bruna rabbrividì…

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