ANDAMMO POI VERSO LE LAGUNE NERE


Con gesti lenti e catatonici
( punteggiati da un silenzio immobile)
andammo noi verso le lagune morte
– le zattere di fiori, le gondole-
quella città incastrata tra i giacinti acquatici…
Ogni cosa nell’oscurità
era in muto avvicinamento:
i giacinti rabbrividivano intatti,
fuggevoli impressioni di un buio più buio.
La natura apparente delle cose era rotta,
tutto era nella categoria delle cose innominabili,
penetrava nel sangue solo
quel punto sostanziale,una ferita.
(perfino la costellazione si sarebbe disfatta nel terrore)
Avrebbero poi loro languito in quel lucore
– gli anelli di saturno nell’alba,
come un’infiammazione incipiente,
un’ustione,
tanta luce e tanto deserto,
per quegli animali delle grotte sommersi nella carne
Lei però non osava guardare l’uomo
– e nemmeno i mostri sulla parete:
sapeva che il vero amore è inarticolato.
una stasis terminale,
il sermone finale nella città assediata.
(Come una persona
alla quale non era permesso avere
un proprio dolore,
siedeva quietamente in attesa della risposta-
fin quasi alla parola conclusiva sulle macerie)

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Una Risposta

  1. Un’ultima parola “sulle” o “dalle” macerie? L’occhio indugia su quell’ultima parola (macer, macerare, maceri, macra, macero…) di questo cupo “cantus firmus” in cui risuona come un’eco di rintocchi funebri sommersi nelle “lagune morte”. Una discesa saturnina alle acque profonde in cui si spegne o si riaccende il fulgore di una nuova vita…

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