IL GIORNO DOPO ( incipit)


Il giorno dopo la partenza del fratello e della sua famiglia- lasciata una pausa ragionevole per non rischiare di incappare in incontri che certo avrebbero evidenziato tensioni pronte a deflagrare al minimo spunto, perfino quelli lontani anni luce da una qualsivoglia plausibilità e ragionevolezza, pronti a esplodere in quell’atmosfera artificiosamente leziosa determinata dagli stessi paesaggi di una campagna arcadicamente immota e come rarefatta nella pesantezza dell’aria di una idilliaca domenica agostana – scelse un orario impossibile per tornare nella proprietà paterna appena lasciata definitivamente.
Con movimenti anodini, con passo ritmato da quella che a occhio estraneo sarebbe potuto parere una meccanicità da soldatino a cui si fosse dato la carica e che per nessun motivo si sarebbe mai fermato, in una movimentazione spastica eppure ordinata fino alla maniacalità , trapassò spazi di terra battuta, esangui cortili comunitari dai confini proprietari segnati da linee invisibili e da servitù di passaggio e ormai infestati da erbame irto e in perenne ricreazione malsana ( erbacce erbacce ,si diceva malmostosa, selvatica come quelle stesse iperproduzioni di infetti semi portati da venti maligni e che ormai avevano ricoperto anche la zona sterrata dove gli addetti avevano appena scavato per interrare le tubazioni per l’allacciamento del gas)antistanti vecchie abitazioni da lungo tempo disabitate ,viuzze dall’aspetto di tratturi scoscesi di sassi e pietrame , simili a letti di torrenti ricoperti di detriti e sedimenti ancestrali da diluvi alluvionali, diramazioni accerchianti quello spazio angolare sopraelevato rispetto al resto e ricoperto da materiale di risulta derivato da decennali lavori edili mai portati a termine( non si poteva passare non si poteva passare in quella zona.. un vero disastro. Vi si trovavano spuntoni di ferrame arrugginito ,in un affossamento laterale vecchie utilenserie e addirittura carretti per antichi lavori contadini, ovunque legname putrescente e devastato mai più recuperabile, i lavori erano fermi da pressocchè un anno. Ormai, i soldi erano finiti, e quella abitazione una volta una cascina a doppio corpo con fienile e ampia stalla sottostante- incombeva ora illividita. con quei suoi nuovi colori acidissimi e stridenti nella sua parte superiore – lo spazio prima riservato totalmente a fienile risultava ora suddiviso in tre segmenti aperti sul panorama attorno e che però al suo interno risultava spezzettato in più stanze cubicolari senza soluzione di continuità essendo unito invece a mò di balconata sulla totalità della facciata con un camminamento lastricato senza suddivisioni e tenuto fermo da una specie di cordonatura metallica e algida a doppia asta orizzontale a contornare vetrate gigantesche e di una tonalità brunita – forse antiriflesso -che le faceva parere fatte di plastica vera e propria:certo era probabilmente un effetto ottico voluto – forse anche quel materiale era pregiato ,magari erano solo vetri impossibili a scheggiarsi , tutti in paese sapevano del resto che ogni singola problematica di restauro aveva avuto la supervisione di architetti modernissimi.
Certo ora il fabbricato incombeva massiccio e estremamente squadrato( un monolite alieno) su quell’angolo del paese vecchio circondato per ogni suo erto e arcuato angolo da case contadine in pietra, con una loro lineare essenziale pulizia stilistica , realtà questa che faceva parere l’opera di restauro modernista come un trapianto mal eseguito , stridente .soprattutto in uno spazio così ristretto e appuntito di villaggio pietrificato e come abbarbicato in quel particolare punto su una spuntone di terra che pareva fin ostile, un qualcosa di costruito forzosamente.
Subito oltrepassato quello spiazzo, ella procedette – facendo leva nei passaggi più ostici su un suo ritorto bastoncino , uno tra i numerosi che ormai aveva- su uno stretto sentiero laterale ostruito anche questo da lunghe aste ferrose che più di una volta l’avevano fatta inciampare.e di cui però conosceva l’esatta ubicazione, in vicinanza con tombini e pozzetti mal ricoperti da tavolate oltretutto malmesse, e- all’epoca della fioritura occultati in sovrappiù dalla solita abnorme crescita esponenziale di erbaggi di variegata e incerta natura, tutti però sotto il segno dello spinoso e urticante, e nella cui massa incolta e disordinata lei aveva imparato a riconoscere per primi gli alti fusti nodosi dei cardi dai fiori violacei .

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