QUEL GIORNO (2)


Proprio in vicinanza di una di queste arborescenze in pieno rigoglio ( certo il trattore al prossimo sfalcio di erba di quegli appezzamenti in ripido gradiente che costellavano il lato che correva parallelo e in sopraelevata rispetto al limitato tratto di asfalto che attraversava per l’intera lunghezza il nucleo primigenio di quella frazione che ben meritava la definizione di villaggio , certo il trattore l’avrebbe ridotto in poltiglia spezzandone il viluppo di larghe foglie a raggiera che ne facevano una pianta dall’estetica misteriosamente attraente e quasi esotica , un residuo di piantagioni da clima tropicale) ella scartò per una deviazione che pareva essere stata creata dai suoi stessi continui passaggi a scorciatoia,un sentiero erboso che quando il prato incoltivato verdeggiava massivo e urticante si era automaticamente formato a seguito di continui schiacciamenti nei punti meno ondulati di una superficie del resto costellata da avvallamenti e sprofondi a trabocchetto,cosa di cui si era dovuta rendere conto durante le solite nevicate apocalittiche di quell’ultimo interminabile inverno. Seguendo quel tracciato- che accostava il limitare di una staccionata a terrazzamenti dove era possibile usare anche una scaletta di pietra contornata da parecchi alberi di prugne e inframezzata da vasi rustici di rossi gerani che parevano laccati- si avvicinò alla seconda delle due differenti proprietà di consanguinei, i cui confini erano contrassegnati da siepi curatissime e da roseti rampicanti , che si attorcigliavano stretti anche sulle mura di un piccolo edificio – distanziato rispetto alla bianca casa padronale –e che fungeva da ripostiglio, dopo essere stato utilizzato pochissimo come pollaio, come testimoniato da una gigantesca colorata immagine di gallo stilizzato su una delle pareti di grezzo intonaco.

Su quel limitare-e subito in prossimità del fosso che era stato creato per fare confluire in qualche modo il sovrappiù di acque che le propaggini collinari non riuscivano più a drenare a sufficienza(spesso si formavano durevoli ristagni paludosi, vere e proprie pozze fangose circondate da una specie autoctona di gialli giunchi ricurvi che parevano sempre sul punto di spezzarsi al minimo scuotimento dell’aria – iniziava un punto difficoltoso, essendoci solo dei massi accostati in equilibrio precario a fare da scaletta dal lato orientale. Nel punto meno profondo del fossetto si era costretti a fare un saltello, se si voleva andare a finire nel prato confinante ,anche esso digradante , ma in una posizione panoramica più ampia ,su di un terreno meno interessato da quelli che parevano leggerissimi sommovimenti franosi visto l’aumentato ristagno acquitrinoso e la crescente obbligata incuria degli appezzamenti non più coltivati come un tempo. Praticamente si poteva dire”arrivata”, aveva raggiunto la abitazione familiare, più esattamente la casa paterna : ristette per un lungo minuto sul limite confinante, accanto al fosso, gli stessi suoi ultimi passaggi plurigiornalieri avevano segnato una stretta linea visibile-qualcosa di spelacchiato. aridissimo, corroso dalla siccità- anche nel prato appena falciato dal fratello,se ne vedevano le tracce minimali proprio a partire dall’angolatura rispetto alla pianta di jucca che era stata messa a dimora su quel bordo dopo averla escavata da una aiuola antistante la facciata –e sulla destra per chi entrasse- strutturata a due ali di differente posizionamento. suddivisa come era nel suo corpo centrale da una struttura di veranda aperta e delimitata da due arcate che andavano a unirsi per un breve tratto in alto. .

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