EPPURE LEI NON RIUSCIVA, NON RIUSCIVA


Quando era morta la madre- anche quella era stata una morte improvvisa- non aveva potuto dare libero sfogo al suo dolore, perchè c’era il padre, e lei non voleva che lui potesse rimanere contagiato dall’enormità di ciò che lei sentiva di provare, sarebbe stato un bene che lui non arrivasse nemmeno a percepire lontanamente ciò che lei aveva nel suo cuore, ne sarebbe stato terrorizzato come davanti a una visione inimmaginabile per la sua mente razionale, si sarebbe certo trasformato in pietra come perseo al vedere la sua faccia di medusa dalla chioma corvina che pareva fatta di serpentelli vivi, si sarebbe impietrito se solo, se solo avesse potuto guardarla per davvero, se solo l’avesse “vista”.
Lei lo sapeva, e allora faceva di tutto per non farsene accorgere, quasi quasi avrebbe voluto rendersi invisibile agli sguardi altrui, oh se solo se solo avesse potuto, certo non poteva rendersi invisibile completamente, ma cercare di esserlo almeno in parte sì, quello lo poteva fare, e una sera, dopo una giornata terribile, aveva addirittura preferito mettersi a guardare la televisione tenendosi addosso un paio di occhialoni neri da sole, lei stesa su di un divano vecchio stile dalla forma come di triclinio romano e dalle frange gialline- un vecchio divano ricoperto da pesante tessuto damascato con frange lunghe fino a terra che se non si stava attenti a dove si mettevano i piedi rischiavano di fare sdrucciolare oltre che servire da nascondiglio per gli animali che tempo prima avevano tenuto- lei distesa molle come fosse senza ossa nel punto esatto dove di solito si sdraiava la madre quando voleva riposare: lo aveva fatto soprattutto quell’estate- diceva allora, vado a riposarmi, sono stanchissima, mi è venuta la solita sindrome della morte bianca ( lei la chiamava così, era una sua invenzione terminologica, e certo l’espressione lasciava intendere una sindrome latente di collasso fisico, uno sfinimento pressochè cosmico, e forse millenario, o almeno questa era l’avvertimento subliminale che ne ricavava la figlia, anche se sul volto della madre in quei momenti sembrava aleggiare un sorriso misterico che lasciava apette tutte le opzioni) voglio solo dormire lo sai, ho tanto di quel sonno arretrato.
Lo aveva fatto soprattutto in quei pomeriggi afosi quando cercava riparo dal troppo calore tirando giù ma non fino al limite del pavimento le tapparelle a scorrimento e mantenendo completamente spalancata la porta finestra a sei ante che dalla sala immetteva direttamente su di un balconcino pieno all’inverosimile di piante curate da lei. Era diventata una specie di fatica titanica tirare su e poi abbassare quei maledetti avvolgibili ormai vetusti, sembrava quasi che i listelli fossero sul punto di scomporsi, di sfilarsi uno dopo l’altro come in quei giochi orientali da guiness dei primati, dove bastava un leggero colpetto dato in un punto preciso a costruzioni di carte o di tasselli da gioco- un colpetto in quell’esatto punto millemetrico, e solo in quello, altrimenti non avrebbe funzionato, e tutta la composizione sarebbe rimasta immobile nella sua struttura originaria- un leggero imponderabile colpetto pressochè inavvertibile per sbalestrare l’intero apparato che stava su per un niente, e per farlo poi tracollare miseramente, e una volta per tutte.
Sarebbe bastato che uno dei listelli delle serrande si fosse sfilato dai chiodi che li tenevano fissi, e tutto si sarebbe sfilato in un processo a catena, il legno delle tapparelle era corroso dalle intemperie, i legacci portanti ridotti a logori tiranti lisi in alcuni tratti dal continuo alzare e abbassare di quel marchingegno un po’ obsoleto: negli anni, certo innumerevoli inquilini dovevano essere passati da quelle stanze, prima che una vecchia donna rimasta vedova e senza figli si fosse decisa a comperarlo, e poi a farne una donazione alla parrocchia prepositurale del paesotto, in cambio di novene speciali e visite a lei non più autosufficiente, e perciò autorelegatasi in un ricovero del circondario.
In quei giorni afosi l’asfalto immobile della sottostante strada sempre trafficata sembrava scottare come pece infernale, come se ogni giorno venisse data un nuovo strato di asfaltatura con bitume ribollente e emanante vapori simili ai soffioni boraciferi spillanti da antiche terme e se uno si affacciava dal balcone impattava con un velame biancastro di molecole pesanti e malsane, che tiravano verso il basso un’aria irrespirabile e resa artefatta da livide correnti ascensionali che non si innalzavano mai verso gli strati più alti, condensate e vetrificate a mezz’aria, in una nuvolaglia untuosa. E allora, immersi in quella sorta di miasma appicicaticcio, si arrivava a boccheggiare, a boccheggiare, come pesci rantolanti e in carenza di ossigeno, pesci ridotti a cercare di respirare in un ambiente sfavorevole alla vita, dove tutti i corpi erano impeciati e gettati a terra, perfino i pavimenti delle case sembravano fatti di bitume.
In questa vana ricerca del refigerio, con tutte le finestre spalancate, l’unico inconveniente era che si era essere costretti a sentire- acuti come se fossero pronunciati in quella stessa stanza- le maledizioni e le bestemmie e gli auguri di pronta morte gutturalmente sbraitati dal figlio certo menomato della signora che abitava al piano inferiore, un ragazzo di cui solo guardandolo in faccia ( per quel poco che si poteva vedere di lui- portava estate e inverno un capellino di materiale pesante e di colore scuro, con la parte posteriore girata davanti, tirata ben oltre la metà dell’incavo che segnava lo sguardo) si aveva netta la sensazione che era meglio stare in guardia e evitare di avere a che fare con lui per qualsivoglia motivo, si aveva la subliminale certezza di sue reazioni inconsulte se solo lo si fosse osservato fisso, quasi si stesse fronteggiando uno di quegli animali in cattività forzata che reagiscono aggressivi se l’uomo osa “guardarlo”, lo reputano un atto di sfida intenzionale,quello, e si predispongono all’attacco.
In quell’inguardabile ragazzotto si avvertiva una carica di violenza trattenuta malamente e pronta a esplodere al primo insussistente pretesto, era meglio starsene alla larga, l’addetto alla riscossione dell’affitto- praticamente il prevosto, o comunque un suo impiegato – avrebbe dovuto però avvertire i nuovi inquilini al momento della stipula del contratto, sarebbe stato suo dovere renderli informati dei malesseri psichici di quel tale, e invece non aveva detto niente, e niente aveva accennato la stessa addetta al controllo delle pulizie delle parti in comune, e neppure l’amministatore dalla testa a forma di pera, se ne erano dovuti accorgere da soli di quell’improvvida presenza, avevano dovuto capire a loro spese come fosse pericoloso vivere vicino a una persona del genere, erano obbligati a stare sul chi va là, e certo era una fatica, una fatica in più.
Certo, quando lei aveva messo quel paio di occhialoni scuri e si era distesa sul divano di damasco giallo, nella stessa identica postura che soleva tenere la madre, guardare l’aveva guardata, il padre, anzi era rimasto fisso a guardarla come se lei avesse compiuto un che di inusuale, certo, quella sua figlia aveva messo gli occhialoni neri per guardare la televisione, in orario serale e con tutte le luci spente poi …E dunque lui l ‘aveva guardata, lo spazio non era poi grande, non poteva non accorgersi della sua presenza, e con un look del genere poi, ma lui non aveva capito, e nemmeno immaginato, almeno questa era stata la sua sensazione del resto, perchè infatti si era limitato a chiederle, quasi il suo fosse un atto dovuto
“come mai hai quegli occhiali, come fai a vedere così?
Dai su,dai, accendi le luci della sala almeno, ma cosa hai, ma come fai a vedere, hai forse qualcosa agli occhi? –
“si, ah, beh, ti sembra strano eh, lo capisco, sai – aveva inventato lì lì sul momento- eh! mi è venuta una specie di congiuntivite, sai stamattina mi facevano un po’ male, stamattina
E la congiuntiva dell’occhio destro era tutta rossa, adesso sono già migliorata, lacrimavo, praticamente …insomma, capisci no, dai mi piangevano gli occhi, e provavo purito, mi si appiccicavano le palpebre, non volevano aprirsi, non volevano.
Una cosa strana, non mi era mai successo del resto, sentivo come dei corpuscoli estranei, e l’arrossamento prendeva l’intera sclera dell’occhio, mi pareva che i capillari spargessero sangue, che ci fosse una emorragia sottocutanea ma no, no, non è nulla, non preoccuparti, sto meglio, guarda, non è più così rosso, lo vedi anche tu, no?
Sto meglio adesso, dai, non preoccuparti, e poi, la televisione non la guardo neppure, ho messo questi occhiali scuri perchè il buio completo riposa la vista, lo sai no, ma sì che lo sai…sono occhiali riposanti, semplici occhiali riposanti.”
E allora il padre se ne era rimasto in silenzio, non si sa se convinto dalla sua risposta, o perchè troppo stanco.
Lei occultando il suo dolore davanti a lui lo difendeva in un certo senso, lo voleva difendere da se stesso anche: lui non poteva permettersi di sfogarsi come lei, non aveva certo il suo carattere, e inoltre subito il giorno dopo il funerale era tornato al lavoro ( E lei aveva avuto l’impressione che per andare a lavorare avesse indossato lo stesso completo giacca e cravatta del giorno del funerale, un abito elegante, forse il migliore che avesse, e adatto a quei giorni ancora caldi, una grisaglia color grigio opaco, uno degli abiti che lei aveva visto pulire a secco milioni di volte dalla moglie, lei ci teneva che lui si presentasse ordinato e ben vestito sul posto di lavoro, quei completi maschili li puliva con uso di trielina e smacchiatori potenti e quando li usava per tutte le stanze si diffondevano effluvi stordenti, erano gli stessi composti chimici che potevano procurare una sorta di breve stordimento cerebrale ai poveracci che non potevano disporre di denaro per drogarsi con altre sostanze, erano composti volatili di sostanze eteriche come quelli inalati dai bimbi di strade sudamericani ma sulla madre sembrava che non avessero effetto, e sempre li usava, e sempre era lì a smacchiare e a stirare.
Lei la ricordava la madre che un giorno sì e uno no stirava quei vestiti dopo averli smacchiati di ogni macchiolina, certo la cosa più giusta da fare sarebbe stata di portarli in lavanderia visto che si dovevano lavare a secco, ma lei preferiva così. E subito dopo quella smacchiatura li stirava ma non con la piastra rovente a diretto contatto con il tessuto per paura di rovinarlo, sopra alla parte che doveva stirare appoggiava una pezza che serviva solo a quello, e poi dava dei brevi colpi battenti con il ferro alla temperatura massima, non dovevano rimanere pieghe di sorta, la stiratura doveva essere impeccabile, ci teneva lei a quelle cose e del resto era una perfezionista).
No certo che no, suo padre non avrebbe potuto esplicitare ciò che provava anche per quel motivo pratico, e di necessità materiale, e di improrogabili orari, e di faccende che si dovevano concludere.
Ecco a cosa serviva oltretutto il lavoro di otto ore al giorno, a recintare i sentimenti, a limitarli, dando loro l’esatta misura affinchè nulla potesse mai oltrepassare il giusto limite della sopportabilità possibile, la giusta sopportazione mediana che lavorava indefessa per il mantenimento strutturale dell’istinto di sopravvivenza, il biologico istinto che rimaneva sottotraccia ubiquo e massivo in ogni dove, l’istinto che pareva provvisoriamente occultato per non essere immediatamente riconosciuto quale motore prioritario di ogni pur piccola azione ( se solo un essere umano arrivava a pensarlo.e a “vederlo”, ogni cosa ogni azione avrebbe preso- proditoriamente e meccanicamente- un’altra piega, e il cuore di quell’essere non sarebbe stato più come prima, e non si poteva no, non si poteva, tutto si sarebbe fermato , l’intera vita si sarebbe fermata, forse) .Occultato sì ma c’era eccome se c’era, la potente forza vitalistica con il suo cocciuto lavorio indefesso e opportunista che pareva dovesse attraversare le identiche fasi dello spastico riprodursi di un germe parassitario e infestante, quel matematico istinto di sopravvivenza riconoscibile come legge ferrea e formula istitutiva – un algoritmo, un mero calcolo matematico, un principio di equazione lineare- la legge alla base della impalcatura materica perfino nel caso dei sentimenti più potenti e sacri, il sostrato senza il quale tutto era predisposto al crollo.
Era vero, era vero, non lo si poteva negare in alcun modo, lo si sarebbe potuto dimostrare attraverso una dissertazione iperlogica asservita a stringenti razionalizzazioni a prova di qualsivoglia confutazione, perfino i sentimenti più importanti erano nel loro nucleo pulsante qualcosa di impastato con il fango detritico di un procedimento biologico, niente di puro era possibile sotto un cielo stretto e asservito passivamente – sin dall’inizio immemorabile -a codici imperscrutabili e arbitrari il cui unico scopo era il deterministico mantenimento del genere umano purchessia.
Il mondo doveva continuare a ogni costo e perfino nelle condizioni più impervie e magari abbiette, il mondo era una palla di fuoco costretta a a girare imperitura perchè attratta magneticamente da una forza propulsiva di origini oscure ( forse si trattava di un gigantesco magnete) una forza che forzava la terra nei suoi movimenti ripetitivi e costanti, mantenendola in un assetto predeterminato, e in eterne orbite ellittiche, tutto predeterminato dalla forza di attrazione di un gigantesco magnete che forzava l’ottusa palla di fuoco a seguire una rotta obbligata che nessuno avrebbe potuto mutare, neppure impercettibilmente, neppure di un millesimo di millimetro, neppure di un nulla, nepure di fronte a una apocalisse.
Naturalmente era questo che lei era arrivata a pensare, ma si sa- tutti lo sapevano del resto – lei era la solita esagerata, e ciò che lei pensava era valido e sensato solo per lei. ( Tutti in casa, e fin da quando era piccola, erano giunti ben presto alla considerazione che lei, lei nei suoi atteggiamenti, nelle sue reazioni anche minimali, lei si lasciasse andare a un che di eccessivo, e forse anche di un po’ stonato.
E addirittura di eccessivo e stonato in ogni specifico settore, e c’era chi le diceva, ottenendo il sorriso di approvazione degli altri che ascoltavano “ma lo sai con quella voce così potente- ma quanti decibel ti ritrovi, ma quanti? – ma lo sai sì o no che quando la alzi troppo stridi, sei stridente, lo capisci, o no che stridi?- con questa voce potresti fare la cantante lirica, oppure tentare la via del teatro, peccato che non ci sia più la recitazione di una volta però… alcune volte sei così melodrammatica, cosi fastidiosamente melodrammatica- sei sempre sopra le righe, esagerata, anzi di più, altro che esagerata, dirti eccessiva significherebbe diminuirti, anche nel fare o dire le cose più semplici sei troppo, troppo..non mi viene nenche il termine adatto, non mi viene.. tu, ma possibile che non te ne accorgi nemmeno, possibile… lo sai potresti fare l’attrice, putroppo come recitano adesso forse non sarebbe la cosa più adatta per te, ti avrei visto bene fare le parti delle attrici di una volta, quelle – uffa, non mi ricordo a quale epoca appartenessero, dai dimmelo tu, dai sai sempre tutto no, sai tutto tu, mi dai fastidio, sai tutto e parli come un libro stampato, parli… tu, sì insomma quelle attrici di una volta, quelle che si appendevano in pose ieratiche ai tendaggi assumendo espressioni artefatte, talmente artefatte che alla fine facevano ridere quando poi in realtà avrebbero voluto fare piangere.. “).
Ecco, dunque la madre era morta, e tutto era avvenuto in maniera così velocizzata, velocizzata e compressa: insomma, contrariamente al suo solito, quel lunedì mattina la figlia che viveva ancora con i genitori era uscita di casa, non usciva mai al lunedì, era strano, volendo andare più a fondo si sarebbe perfino potuto istituire un approfondimento a livello psicologico sul perchè mai non uscisse di lunedì, forse quello era un ambiguo impulso dalle occulte simbologie che a un occhio attento avrebbe fin potuto sviscerare il sostrato attitudinale di certe sue piccole manie, o forse era un semplice problema di pressione bassa, chissà mai…
Insomma, lei non usciva di lunedì, e invece proprio quel lunedì era uscita, ma era così, una questione di cambio minimo e che certo non avrebbe lasciato tracce, e quella mattina tutto era come sempre, e aprendo la porta per andare a prendere il treno, aveva scorto la madre intenta a spadellare nel cucinino, con indosso una camicetta dalle maniche corte e dalla scollatura a vi, e il suo occhio era rimasto fisso su quel colore di ciclamino molto vivo, quasi laccato.
Ma quando era ritornata di pomeriggio sul tardi, era già successo tutto- e tutto era successo secondo maniacali coincidenze che, messe in fila una per una, si sarebbero rivelate come ragioni necessitate la cui somma esatta non avrebbe che potuto produrre la morte della madre, la sua morte in quel momento, e in quell’esatto modo, pur risultando a un primo impatto come qualcosa di altamente scoordinato, e assurdo fino al grottesco, un qualcosa che si era abbattuto su di lei con la pesantezza di un big-bang emotivo e per tutto questi motivi lei non aveva trovato ancora l’esatta misura del suo dolore, e nemmeno aveva potuto piangere come sentiva che per lei sarebbe stato meglio.
Certo, era tutto così stordente, e lei non trovava pace, faceva finta, senza soluzione alcuna faceva finta, faceva finta con tutti e anche con se stessa, doveva trattenersi comunque, non aveva più a disposizione gli spazi della precedente abitazione, e anche se lei avesse voluto urlare liberamente- un solo grido sarebbe bastato, un unico grido, ma di quelli che intendeva lei, un grido pervasivo, e liberatorio, un grido davvero e per una volta eccessivo, un grido potente e senza alcun controllo esterno che lo coartasse, un ululato che finalmente potesse scardinare la quinta di palcoscenico che pareva reggere sia pure miseramente un mondo fasullo -non avrebbe potuto, non le era permesso di urlare, le pareti che dividevano i vari appartamenti sembravano fatti di cartapesta.
E che quei muri fossero fatti di materiale scadente e di sottile spessore lo dimostrava il fatto che lei, quando andava nella camera da letto per cercare di dormire stentava a addormentarsi per via del gocciolio di un rubinetto eternamente in perdita. La testata del suo letto confinava con la parete divisoria di quello che era il bagno dei vicini, era strano davvero che i suoi vicini non lo chiudessero mai quel terribile rubinetto, era uno sgocciolio senza sosta, un gocciolio pervasivo, e maligno, ma come erano così precisi, così perfettini – la vicina era una maniaca dell’ordine,dell’ordine suo e di quello dell’intero caseggiato, era lei che sovraintendeva alla pulizia delle scale di ogni venerdì, quando sembrava di stare in quei casermoni popolari della russia arcaica, dove false portinaie compivano azioni di delazione per accusare i non ottemperanti, un luogo dove sembrava sempre di udire strani sussurri e di essere spiati da mille occhi, spiati dagli spioncini, non per nulla si chiamavano così- strano che alla vicina non le venisse l’idea che il rubinetto del suo bagno potesse essere rotto, ma come poteva non accorgersene, non lo sentiva lei quel gocciolio così insistito, la vicina davvero non era in grado di sentirlo?
Ma se lei lo sentiva notte e giorno, anzi cominciava a pensare che ci fosse una qualche perdita d’acqua proveniente dall’impianto idraulico di quel bagno, aveva incominciato a notare una leggera sfaldatura dell’intonaco proprio in corrispondenza della testata del suo letto, certo era a causa di quel rubinetto che perdeva, e che la tormentava con la sua monotona cadenza , la cadenza ipnotica e geometrica di una goccia in caduta libera e progressiva che rimbalzasse contro una superficie forse di laminato producendo un plink-plonk a segnare senza sosta un tempo ipnoticamente circolare.
Oltretutto l’ eterno gocciolio del rubinetto in perdita nel momento di pausa tra il cadere di una goccia (sulla superficie di chissà quale degli impianti sanitari, anche questo era un mistero, certo lei non se la sentiva di chiederlo alla vicina, non aveva poi tutta questa confidenza, anzi era vero il contrario) – e il riprendere a ricadere di un’altra goccia era accompagnato da un secondo ostinato rumore come di qualcosa che percorresse un corpo cavo fatto di lamiera facendolo vibrare con una sorta di eco, un tintinnio metallico determinato da un soffio di aria gelida che penetrasse da qualche misteriosa fessura nelle condutture e nei cavi che si insinuavano nelle mura e nelle fondamenta come vene.
I rumori – quei rumori, quei particolari rumori in sequenza, e a quell’ora poi, le ore del tempo in sospensione nel fondo delle notti- quei rumori la tenevano ancora più sveglia, e per quello per lei non c’era possibilità di pace, e d’oblio. Quei rumori dall’ eco metallica erano come spilloni che le venissero arbitrariamente conficcati sulle palpebre stanche, per impedirle di chiudere gli occhi, lei era costretta a starsene lì stesa sul letto con gli occhi spalancati e fissi, e si immaginava pure che le sue pupille si fossero dilatate al massimo in una sorta di midriasi stuporosa, come se la sua vista avesse dovuto subire un trauma, sia pure metaforico.
Lei. . .
Sì, sì, era certa, lei ormai ne era diventata certa con il susseguirsi dei giorni e delle notti insonni, si poteva morire per l’impossibilità di chiudere occhio, si era andata a informare era stato fatto uno specifico studio su un’intera discendenza familiare- era una famiglia italiana, ne era sicura, una famiglia di origini venete, aveva letto, l’aveva letto sulle pagine dedicate all’approfondimento scientifico di un quotidiano a diffusione nazionale, lei leggeva sempre tutto lei- una intera famiglia dunque era stata sottoposta a un attento studio epidemiologico per via di strani deperimenti accelerati e fatali di cui all’inizio non si riusciva a comprendere il motivo.
Ah, ecco, adesso ricordava, si trattava di una sindrome neurologica maligna, appartenente a una sottoclasse rara dei possibili morbi dei prioni e dall’identica eziogenesi dell’epidemia della mucca pazza, e lei aveva il timore di finire così a furia di non dormire, non si poteva non dormire,quando poi il dormire era una cosa essenziale, bisognava dormire, ma forse anche a lei era stato iniettato geneticamente un morbo fatale che fino a quel momento non aveva ancora dato sintomi, ma che ora cominciava a bruciarle le cellule dell’ipotalamo per bruciarla poi tutta intera Doveva dormire , voleva dormire, e invece non poteva, e oltretutto il suo organismo entrava spesso in una fase di surriscaldamento- sudava siudava, la pressione saliva a dismisura, e la stanchezza si faceva invincibile- in alcuni momenti l’intero suo corpo si comportava come un apparecchio elettrico survoltato, un alimentatore eternamente attaccato a un presa di corrente.Ed era mostruoso, tutto ciò era mostruoso.
Aveva troppa memoria, ecco qual’ era il suo problema – lo era sempre stato del resto.-aveva troppa memoria, e quindi sapeva che da quel momento in avanti mai niente , e nessuno, avrebbe potuto eliminare i fotogrammi, e le parole, del lunghissimo giorno in cui la madre era morta. E lei era quindi condannata a riviverlo quel giorno, in un circolo vizioso impestante, e malefico.
Forse, a ben guardare, il processo inarrestabile era cominciato- subdolo, stolido, inapparente nel momento dell’inocularsi del flagello, nemmeno un microscopio a scansione avrebbe potuto rivelarne la proliferante esistenza e gemmazione frenetica- il processo aveva preso a germinare dal giorno prima, una domenica come tante, il giorno prima del giorno dannato, la data dell’eclissi .

Erano sole in casa, lo erano molto spesso nel fine settimana, il padre- e marito- da tempo immemorabile aveva l’abitudine di ritornarsene nel paesino d’origine, a lui piaceva andare a trovare una sua sorella maggiore d’età che ancora viveva, non essendosi sposata, nella casa del loro genitori, lui era sempre stato una persona molto attaccata a quei posti, e a quei suoi parenti stretti: sempre, qualunque fosse il tempo meterologico, sempre si ritagliava quei momenti di libertà, da cui se ne tornava la domenica sera carico di prodotti e primizie della campagna, se ne ritornava felice e ritemprato, sembrava un bambino, un bambino felice, non aveva addosso quello sguardo all’ingiù che faceva stranamente assomigliare la sua espressione a quella di un cane bastonato e melanconico, lo sguardo di un cane di razza cocker, quello che avevano posseduto ai bei tempi della prima casa, la casa con giardino.
Quel mattino di domenica, la madre aveva deciso di dedicarsi con più calma alla sua cura personale, facendosi un lungo bagno caldo, e poi cercando di applicarsi – con cura e con metodicità, senza sbavature, senza macchie a colorare con antiestetici sbaffi dal colore di piombo la pelle intorno all’ attaccatura dei capelli, lo faceva bene quel lavorio delicato, niente sbaffi o colature improvvide a macchiare per alcuni giorni la pelle, tutto procedeva per tappe perfette, bastava mettersi i guanti, bastava- a lei perlomeno bastava, lo faceva davvero bene come se fosse diventata meglio di una parrucchiera professionista- si applicava una tintura color antracite che a risultato di ossidazione terminato dava uno strenuo colore grigio metalizzato dalle fluorescenze azzurre, un bel colore quasi magico per la sua capigliatura dai capelli folti e forti, tagliata corta attorno al suo viso dall’ossatura decisa e attrattiva.
Prima se ne era stata ferma davanti ad uno specchio poggiato sul tavolo di cucina, a spalmare larghe strisciate di materiale fluido per coprire i punti di ricrescita, poi aveva atteso la solidificazione dei pigmenti chimici per circa una mezzoretta come da istruzioni per l’uso -dopo avere pestato bene le ciocche con il preparato ai lati della testa, il suo volto aveva per un istante assunto la ieraticità di una scultura da idolo su cui lampeggiava uno sguardo fiero e liquido-e poi se ne era tornata in bagno a togliersi il colore e a lavarsi la testa, non bisognava tenerlo troppo, poteva sviluppare chissà che reazione, si trattava di composti chimici da maneggiare con una certa cura, potevano determinarsi fenomeni di sensibilizzazione o di allergia e chissà che altro, usandolo ripetutamente e per lunghi anni potevano svilupparsi perfino tumori, uffa che tortura queste tintura micidiali per le donne con i capelli bianchi.
“ ma mamma, che ti prende, tutte ste cose tutte assieme, non è che esageri?
Lo sai che quando fai il bagno ti spossi, ti senti debole, forse usi l’acqua troppo calda , l’hai sempre detto tu stessa che l’acqua che usi forse è troppo calda, hai questo vizio hai, ma come è possibile, lo sai che l’eccessiva temperatura dell’acqua debilita, e oltrettutto anche la tintura…
perchè mai hai voluto fare tutto oggi, non potevi una delle due cose farla domani, una oggi e una domani, non sarebbe stato meglio, che fretta c’era, ma …dimmi hai degli appuntamenti, hai ?si può sapere perche hai voluto fare tutto oggi, dimmi..guarda lì come sei pallida, non sembri più tu, non sembri, ieri quando sei uscita a comprare la carne eri bellissima, con quel tuo vestito di seta poi, eri, adesso…adesso riposati dai..
Riposati, su, e la prossima volta, non fare tutto assieme, ascoltami quando ti parlo! ti prego su ascoltami, non mi ascolti mai, non mi ascolti, mi dici perchè non accetti mai i miei consigli? Mamma, oh mamma,…”
A quel punto, la madre aveva assentito, certo avevi ragione, non avrei dovuto fare le due cose assieme, la prossima volta farò come dici, seguirò i tuoi consigli, va bene, le aveva detto, e si era distesa un po’ , su quell’ottomana che era stata un’eredità di vecchie zie del marito, più esattamente di una zia e cugina del marito, madre e figlia, appartenenti ad una famiglia benestante, la figlia una maestra di scuole elementari, una delle prime, la madre molto attaccata alla figlia dopo la perdita del figlio maschio appena adolescente, morto di tubercolosi- allora si moriva di tubercolosi, era una epidemia- e il suo viso di bambino assennato e serio riluceva ,al di sopra di una camicia alla marinara, su un medaglione di ceramica appuntato sui suoi abiti neri qualunque fosse la stagione.
Si era distesa – lo faceva pressochè ogni pomeriggio- in una posizione come quelle che assumevano gli antichi romani distesi sui triclinii, era la conformazione stessa del divano che la imponeva, aveva davvero una struttura originale, a un certo punto si verificava una specie di angolazione a cuneo, che poi costringeva a distendersi appoggiando un avambraccio per compensare la sottostante rigidità strutturale, divani di quella forma non ne facevano certo più, avrebbe potuto trovare da venderlo a un antiquario, si era detta più volte osservandolo, lei se ne intendeva.Si era distesa per rilassarsi e riprendere le forze, era davvero pallida, il colore del viso assomigliava al bianco di un tessuto dilavato, cereo, il suo era un volto cereo, questo pensava la figlia sogguardandola.
La madre si era dunque distesa e aveva sfogliato il giornale per circa una mezz’ora facendo ogni tanto anche dei brevi commenti, e dopo un po’ senza bisogno di ubbidere a orari canonici si erano messe a consumare un pasto leggero, e veloce, un pasto senza spentolamenti e rigovernatura quasi, solo il minimo indispensabile, era domenica dopotutto, e con loro non c’era nessun altro.
E poi, mentre la figlia iniziava a pulire il salotto, mentre il frigorifero era lasciato a sbrinare, era un giorno di grandi pulizie, quello -” no, tu non fai proprio niente, faccio tutto io, è domenica, lo sai che mi piace ogni tanto pulire come si deve, ogni tanto mi piace, tu non fai proprio niente, è meglio che ti riposi, è meglio” la madre aveva acceso la televisione, fermandola su di un programma che stava trasmettendo la terza rete, un film in bianco e nero..
Ma che razza di film, stava mai guardando, aveva l’aria di essere uno di quei film smielati che alla fine facevano piangere molto, e poi un film in bianco e nero, certo era un film melodrammatico, un filmone sentimentale nel senso più deteriore, meno male che non se ne facevano più, ma che razza di film sta guardando si era chiesta la figlia, mentre stava impilando le sedie sul tavolo della sala, per potere scopare meglio, e poi lavare il pavimento di granella di marmo dalle venature nere.
(Impilava le sedie antiche sul ripiano già lucido di un tavolo quadrato su cui era rimasta impressa la sagoma oblunga del ferro che una volta- lasciato appoggiato per un’emergenza- aveva scarnificato il pesante riquadro di lanetta ricoperto a sua volta da una vecchia tovaglia verdolina, quella volta ben presto carbonizzata fino a lasciare dei sottili filamenti intorno alla linea di conformazione stampata sul tavolo, era una testimonianza a futura memoria, ognuno di quei mobili del resto portava tracce di avvenimenti e cose, erano tutti molto vissuti, ed era per quel motivo che alla figlia piaceva lucidarli)
Lei impilava le sedie dallo schienale alto e con i sedili di pelle verde scuro attorniati da capocce rotonde di viti ossidate sul tavolo quadrato di noce stando bene attenta non fare troppo rumore per non aizzare convulsive reazioni da parte dei pazzi di sotto, quelli che alla responsabile del controllo delle pulizie comuni, continuavano a fare rimostranze. Troppi erano i rumori che provenivano dall’appartamento di sopra abitato da quelli là, loro non ce la facevano a sopportare tutto quel bailamme, erano abituati alla vecchia proprietaria immobilizzata a letto, lei sì che non ne faceva di rumori, con lei si viveva nell’eden proprio perchè era praticamente paralizzata, e comunque quelle poche volte che era costretta a scendere dal letto aveva almeno l’accortezza di infilarsi delle ciabatte, la vecchia sì che sapeva come comportarsi, niente rumori di sorta, era così che piaceva a loro, solo così potevano sopportare che al piano di sopra ci abitasse qualcuno. Ma poi, poi se ne erano arrivati quelli : ma chi si credevano di essere quelli, non erano niente, non erano nemmeno dei proprietari, ma che gente mai era, sembravano camminare anzi pestare il pavimento di marmo con degli zoccoloni pesanti, meno male che al loro figliuolo era venuta la brillante idea di battere ritmicamente con il manico della scopa sul soffitto, di battere a ogni piccolo rumore, erano dei maledetti quelli, se ne dovevano andare, non erano neanche dei proprietari, gentucola, vera e propria gentucola,non come loro, e poi, poi quella signora, che batteva il ferro con dei colpetti, oh quella poi, era meglio non parlare, era meglio non dire niente, ohssanto iddio misericordioso ohccielo gessummaria.
Aveva detto tutte questo vomitio di parole, il solerte figliuolo della famiglia dei pazzi, quelli stessi che tempo addietro, nel pieno della notte, nel colmo delle ore piccole di una notte al suo culmine- quando tutto era solo silenzio inerte- avevano suonato alla porta degli inquilini di sopra- i maledetti, quei maledetti- tenendo la mano arpionata sul campanello per non correre il rischio fottuto di non farsi sentire.
Erano lì, in piedi, a calpestare lo stuoino di cocco e la figlia, spaventata da quello squillo così insistito- e a quell’ora poi- li aveva guardati tenendo sollevato lo spioncino, lo stesso che la dirimpettaia usava tenere perennemente alzato, per essere pronta a controllare i loro movimenti ad ogni girata di chiave, secondo lei era meglio controllarli quelli, in fondo di loro non si sapeva nulla, e chi erano mai, quelli.
Erano i genitori del ragazzo del cappellino, moglie e marito, quella notte.
La figlia aveva indovinato la loro identità più che dalla visuale dei loro ghigni deformati -come sotto gli specchi anamorfici di un tunnel dell’orrore da luna-park – più che vedendo le loro bocche oscenamente allargate e i piccoli occhi resi ancora più porcini dalla assimetricità determinata dalla struttura della lente ottica inserita nello spioncino, era stato ascoltandoli che lei aveva potuto capire di chi si trattava.
A spaventarli con il suono lacerante di un campanello tenuto premuto, e con grida di “ ma non vi vergognate a ascoltare della musica moderna e spaccatimpani, e a quest’ora di notte? A QUEST’ORA poi, non vi vergognate
E con il volume a quei livelli, smettetela di disturbare, qui di discoteche non ce ne sono mai state, e che musica poi, che musica…” a salire a quell’ora erano stati i genitori del ragazzotto dal capellino sempiterno calato a nascondere lo sguardo già sfuggente di per suo.
E i genitori di lei, che dormivano da parecchio, eccoli adesso lì a piedi nudi sull’ impiantito gelido, pallidi e con i capelli bianchi scarmigliati, e anche un po’ tremanti e come incapaci di rispondere alcunchè agli energumeni al di là della porta d’entrata: solo lei, che prima di quello squillo spaventevole se ne stava a leggere nel silenzio più totale, solo lei aveva cercato di rispondere, ma loro si erano messi a parlare sulla sua voce- forse per impedire anche quella minima reazione- e allora lei aveva lanciato un urlo belluino, e allora se ne erano infine andati…
Era stata da quella notte, la notte dei ghigni deformi come nel famoso parco di Bomarzo,che la figlia aveva iniziato a trascrivere su dei foglietti tutto ciò che sentiva gridare dal figlio menomato attraverso i vetri totalmente aperti di quell’estate dal calore di fornace, era meglio avere delle prove documentali, se solo avessero osato continuare in quell’atteggiamento da paranoici contro di loro che non facevano nulla di male, avrebbe usato quelle frasi ecolaliche come testimonianza di passibile denuncia penale, era una cosa terribile vivere lì, eppure eppure…
Dunque, dunque, mentre lei spostava le sedie mettendole a gambe in su sopra il tavolo massiccio – in quella posizione con un panno poteva spolverarle e poi lucidarle con l’olio paglierino, la madre ( era stesa sul divano, ma a dire il vero non è che poi se ne stesse bella quieta lì a guardare quel film in bianco e nero, no, si stendeva, stava lì un po’ in cerca della posizione più adatta su quel divano rigido, poi si alzava nevrotica e se ne andava un po’ in giro svogliata e inquieta, accendendosi di tanto in tanto una ms gusto leggero che poi lasciava bruciare in un posacenere di ottone senza inspirarla quasi, come il suo solito del resto) ecco a un certo momento la madre le aveva detto:
” ehi, ehi vieni qui a sederti anche tu, lascia stare, continui dopo, su dai, vieni a vedere questo film, sai è bello. E mi ricorda , mi ricorda quello che ho vissuto in casa dai miei…
anche mio fratello tutte noi sorelle ci ha trattato così, proprio così, mio fratello si è comportato da bestia come il protagonista di questo film, oh, come è vero questo film, è vero le cose sono proprio così, sono proprio così dappertutto, alla morte dei nostri genitori ha preso tutto lui quello che avevano, diceva che era suo diritto, che spettava a lui che era il maschio vieni su dai, siediti qui vicino a me, vieni a vedere dai”
E lei allora se ne era stata un po’ seduta a guardarselo.
Era un film ambientato in Cina, ma guarda che strano, come mai la madre diceva che anche lei aveva vissuto una storia simile, in cina poi, e la protagonista era una donna abbastanza giovane e dai tratti delicati, anzi perfino emaciata pareva, e lei la immaginava a colori, la immaginava con un voto olivastro come certe statuette di avorio invecchiato e con una sottile vena blu battente sulle tempie come se in lei ci fosse un solo continuo palpito in inarrestabile spasmo, un qualcosa di simile a un animaletto che la torturasse ( che si agitasse a mo di serpentello, e che fosse lì appositamente per torturarla)
Faceva la parte di una derelitta e c’erano spesso dei primi piani di lei che piangeva, e la sua voce doppiata sapeva rendere il tono di chi è vicino allo sfinimento e vorrebbe tanto lasciarsi andare.
E era la storia di una famiglia di contadini, con tanti figli, e parecchie disgrazie che accadevano in un ambiente già all’origine povero, accadevano carestie, violenze funeste, arbitrii dei potenti, soprusi meschini, e il più terribile risultava il fratello, che si appropriava con un atto di imperio degli scarsi beni e le femmine erano invece figure di contorno, figure pallide fino all’evanescenza su di uno sfondo inenarrabile di turpitudini familiari, e sociali, in una cina rurale basata sui rapporti di sangue, dove alla fine tutti sembravano vittime di rapporti torturanti e conflittuali, sembravano vittime perfino i carnefici
E si piangeva, e si moriva, era una vera ecatombe, e alla figlia- all’ennesima scena di funerali- era venuto in mente il primo funerale che aveva visto da bambina, era stato quello di una nonna vista poche volte, la mamma di sua mamma. Lei ricordava, ricordava: tutto le era rimasto impresso come un tatuaggio cerebrale, o come su una carta copiativa di quelle che certe volte suo padre le faceva provare a usare insegnandole a battere su una sua macchina da scrivere che aveva portato a casa dall’ufficio.
Rivedeva come davanti agli occhi in quel preciso momento la madre con il pancione enorme di una gravidanza giunta ai termini, che correva vestita di nero – forse aveva anche un velo nero sulla testa?- correva con la figlioletta accanto e la manina di lei veniva strattonata come se la madre venisse trascinata contro la sua volontà da folate di vento inarrestabili, lungo le strade asfaltate che percorrevano trafelate alla ricerca di negozi dove trovare qualche indumento che mancava per il funerale
La notizia era giunta inaspettata e loro erano uscite subito perchè la madre forse voleva comprare un paio di guanti e delle calze velate, naturalmente di colore nero, forse, o lei perlomeno aveva capito così ma non ne era del tutto certa. La madre le sembrava non più lei, ogni tanto le puntava addosso lo sguardo e allora lei vedeva i suoi occhi che saltellavano e non si fermavano su nessun punto, e a un tratto le sembrò che loro due camminassero pericolosamente: sempre artigliandola sulla sua manima, la mamma la aveva fatta scendere dal marciapiede, con uno strano movimento di scarto, deciso senza ragione apparente, proprio nel momento del passaggio di una macchina a velocità sostenuta e lei si era ritratta spaurita. La bambina sentiva il dolore della donna vestita di nero, indovinava da particolari minimi che lei era invasa da un dolore che la schiacciava, a lei bambina era parso perfino che la pancia che racchiudeva il fratellino subisse anch’essa degli scossoni, dei trapestii, tutto sembrava colare, tutto era diventato di botto un budino molle nero, prossimo allo.scioglimento.
E la madre continuava a tenerla per la manina sinistra, la teneva con una forza aliena e compulsiva- una forza che la gettava in un timore mai prima sperimentato, e che le faceva battere il cuore a mille- e alle sue domande non rispondeva, e lei non ne capiva l’oscuro motivo, tutto era troppo veloce, e la madre a ogni sussulto sembrava scivolare via pur continuando a tenerla per mano, come se stesse per staccarsi per sempre, forse voleva involarsi per raggiungere il più presto possibile la sua mamma morta.
E poi, e poi, dopo un lungo viaggio, erano arrivati alla casa della nonna, e lì a lei era sembrato di entrare in un antro senza luce, tranne lo smunto chiarore che veniva dalla porta di entrata dalle ante massicce e spalancate, dal cui perimetro sbucavano senza pausa persone sconosciute in processione continua e il loro scalpiccio sul pavimento di pietra le ricordava il rumore di animali inquieti e forse malati, che con le zampe scavassero buchi nella pietra, dei graffiti indecifrabili di dolore.
Al centro della stanza squadrata e ricca di ombre alle pareti, tutti i membri della famigliola- un unico blocco compatto, le bambine come dei piccoli soldatini- si erano fermati davanti a un qualcosa di imponente a cui lei non era poi riuscita a dare nessun nome, sapeva solo che si poteva parlare di un qualcosa di doppio, e di pesante; al di sotto c’era un’impalcatura di non si sa quale materia e di quale forma: era un qualcosa di insostenibile allo sguardo, forse addirittura brutto,e per quel motivo qualcuno lo aveva ricoperto con uno di quei tendaggi che sembravano luccicare forse perchè fatti di seta, tessuti solitamente usati in chiesa durante le più importanti cerimonie, quelli che servivano come drappeggi o paramenti a indicare la festa per via di un che di sfarzoso- era per via del materiale di cui erano fatti che luccicavano- e quel tendaggio che ricopriva chissà che armatura sottostante era un tendaggio dai bagliori metallici che viravano su una tonalità di ferro e di cenere, e non bastavano a alleggerirlo i bordi di colore avorio.
Al di sopra di questo “gradino” era stata sistemata una specie di cassa di colore talmente chiaro, che lei rimase convinta che avessero chiuso la nonna in una di quelle cassette a doghe che servivano a conservare la frutta magari in cantina ( tra l’altro le era parsa di forma squadrata, anche se negli anni successivi ripensandoci si era convinta che certo non era stato così, non esistono casse da morto squadrate) e all’interno della cassa si trovava una figura tutta stretta e tutta storta, un donnino rattrapito come se qualcuno l’avesse sottoposta a un processo di essiccazione, al termine del quale sembrava essersi solidificato solo l’involucro esterno, una pellicola color ocra e stropicciata da mille fenditure. E lei, guardandola per un lunghissimo istante, si era sussurrata: ”no, non è la nonna, io non so chi sia questa donnina, non la conosco certo, non l’ho proprio mai vista prima, e poi, e poi..che ci sta a fare là dentro, tutta stretta, no no, la nonna mi pareva diversa, e poi… era sempre in movimento, certo non è lei… “
E poi aveva guardato la sua mamma, e anche lei sembrava non la riconoscesse, forse stava chiedendosi dove mai erano capitati quel giorno dopo un viaggio così lungo, e allora la piccola bambina aveva tirato un sospiro di sollievo, la nonna non era quella, e quindi la nonna era ancora viva, anche se attorno a quella scatola di forma squadrata e di colore chiaro erano stati appoggiati numerosi piccoli vasi di coccio dalla cui terra scura fuoriuscivano bellissimi ciclamini giganti dal colore come laccato che a lei parevano proprio identici a quelli che si potevano trovare nei boschi lì attorno, dove lei ricordava di essere andata proprio in compagnia di quella nonna, e con una torma di cuginetti sconosciuti.
E adesso, adesso mentre guardava con la madre quel film ambientato in una cina rurale dove perfino i sommovimenti rivoluzionari sembravano lasciare immutata la condizione di miserabilità del vivere in una realtà dove imperava unicamente la durezza gerarchica di leggi imposte dall’alto e rapporti sociali affilati e scabri che non potevano concedere alcunchè alla tenerezza, ecco che tutto di quella prima esperienza di lutto le veniva alla mente, come una specie di rigurgito in realtà mai allontanatasi da lei, un bolo sedimentato ecco, una stalattite concrezionatasi nei viluppi e nelle intercapedini della sua soppalcatura esistenziale: tutto era sempre stato lì, e anzi aveva sedimentato, e era cresciuto.
E aveva scavato nella sua mente chissà quali sentieri storti e stretti, stretti e stortignaccoli come quella donnina strana, come quelle doghe che le sembravano formare una cassetta in cui fosse stato posto il prodotto di terribili processi di essicazione, o forse di prosciugamento e centrifugazione, come se si fosse avuto a che fare con un tessuto dilavato e reso inservibile perchè una casalinga forse in sovrappensiero per i troppi compiti a cui era asservita aveva pigiato il tasto sbagliato della lavatrice e dall’oblò al termine del ciclo di lavaggio fosse venuto fuori un ente macerato e che si sfilacciava liso e rotto tra le mani.
Al termine del film, la madre le era sembrata ancora più pallida, e , siccome anche lei aveva iniziato a sentirsi affocata- e per via di quell’aria resa ardente da un clima afoso come mai prima, e per una sensazione di mestizia che la prendeva alla gola- aveva tirato un po’ su le tapparelle, ma subito le aveva riabbassate: insieme a un sottilissimo refolo di aria più leggera, subito erano penetrate nel salotto le urla gutturali del figlio menomato della famiglia che abitava al piano di sotto.
Quel tale per l’intero giorno era rimasto impalato- incredibile a crederci, ma se ne era rimasto immobile come un soldato in una garritta per il turno di guardia, sembrava incapsulato in un alveo invisibile che lo faceva essere un tutt’uno con il davanzale- con i gomiti appoggiati al davanzale di una delle due finestre, la finestra che corrispondeva alla loro cucina, e appena sentiva un fruscio un leggero spostamento, un parlottio sia pure smorzato, subito lo si sentiva pronunciare sproloqui di incredibile volgarità gratuita, oscenità che forse dovevano servire a fare capire che loro non potevano sgarrare, perchè cosa credevano, si erano forse dimenticate- loro -che lui non era andato in vacanza per dimostrare ai ladri che il suo bell’appartamento non era stato lasciato incostudito, lui era lì, c’era lui che le teneva d’occhio, e meno male.
Prima di riabbassare di nuovo le tapparelle, lei aveva fatto in tempo a memorizzare quell’ultimo grido maledicente, ormai ne aveva trascritti un bel po’, quell’ultimo era più escrementizio del solito, diceva esattamente:” va a cagare mi fa girar la palla, va a cagar mi fai girar la palla” ed era stato pronunciato con una voce cantilenante quasi a mo’ di canzoncina per bambinetti, una vera e propria tiritera, ne aveva di fantasia il tale dal capellino- mascheratura, fantasia deviata certo, ma sempre fantasia, lei si era detta.
Quello sembrava conoscere a menadito tutti gli epiteti possibili (che fosse affetto della cosidetta sindrome di tourette che faceva rigurgitare ecolalie di quel tipo, e pure assumere atteggiamenti stereotipati, e fissi? no, non poteva essere solo quello, già aveva parlato di sparare a vista e di impallinare quelli e di dar loro poi un colpo in testa se quelli non se ne fossero andati, e aveva pure gridato fino all’afonia come fosse un inno calcistico da naziskin alè alèoh, c’è da sprangare, c’è da sprangare ohohh, e voglio il morto, voglio il morto .
No, non poteva essere solo quello lei non lo credeva possibile, tutto faceva pensare a qualcosa di altrimenti grave) e scavava nella palude delle maledizioni e delle invettive, forse si intendeva pure di fatture.
Se la di lui madre avesse osato lasciarlo per un momento da solo- gli stava sempre alle spalle, non lo lasciava un attimo,quel giorno se ne era stata anche lei appoggiata accanto a lui sul davanzale, e non lo aveva mai ripreso una sola volta nelle sue deiezioni mormoranti- se la madre non avesse fatto l’atto esteriore di stare lì a fare finta di controllarlo quello certo avrebbe combinato fracelli, chissà mai cosa avrebbe potuto commettere, magari avrebbe concretizzato materialmete i suoi deliri oscuri e malsani, c’era da avere paura, c’era…
E alla fine di quella serata scirrocosa in cui ogni cosa l’aveva spinta verso il basso come se una mano artigliata di un gigante deforme l’avesse voluta tenere chinata verso terra in un ferreo atto di sottomissione imposto- tenendola ferma per la collottola mentre le vertebre cervicali erano schiacciate da un peso innaturale e qualcuno in sovrappiù o sempre e solo lo stesso gigante stesse cercando di batterla con un manico di scure per sfilacciarla e renderla appetibile e certo più malleabile e rassegnata agli accadimenti, a qualsiasi accadimento- a lei era venuta in mente l’operazione di essicazione del merluzzo, ecco la sensazione che provava era esattamente quella.
Allora lei si era messa a pensare alla sensazione di soffoco che subito – anche se maldestramente- aveva percepito il giorno del loro arrivo in quel caseggiato colore oliva costruito ai primi del novecento in quell’informe paesone senza storia, e senza segno alcuno di una qualche forma di bellezza paesaggistica, e forse financo umana.
Appena entrata tra quegli spazi chiusi che lei non aveva potuto nemmeno vedere in anteprima per farsene una minima idea – no, non si era potuta preparare, non glielo avevano permesso, era stata un azione ex -abrupto, una forzatura anche quella, e tutto per metterla di fronte al fatto compiuto- l’aveva investita una atmosfera pesante e attraversata dall’addensarsi di uno struggimento invasivo per cui tutto sembrava triste, e le mura massicce come per una deformazione ottica le parevano lì lì per collassare su se stesse per via di fessurazioni interne determinate dall’affannoso scorrere del tempo, come se quella tipologia costruttiva avesse – man mano che il tempo procedeva – il non tanto recondito scopo di rendere lo spazio abitativo sempre più asfittico, come se ogni stanza fosse poi un loculo solo un poco più ampio,e lo era ancora di più in quel loro appartamento dove tutti loro avevano iniziato a sentirsi rinchiusi a partire dal momento del loro arrivo.
Tutti loro, nei giorni successivi, ne avevano avuto sempre più la prova incontrovertibile, non si poteva uscire senza essere sottoposti all’implicito controllo immediato contrassegnato dall’alzarsi e rinchiudersi metallico dello spioncino, gli abitanti di quel caseggiato sembravano essere ossessionati tutti da un tic nervoso, le dita sempre lì a sollevare lo sportellino metallico- forse le loro vite erano monotone, e non avevano niente di meglio da fare che mettere su elucubrazioni cercando di indovinare le vite altrui- e non si potevano spalancare neppure le finestre per via del logorroico martellare distruttivo e osceno dello psicotico che veniva considerato un normale bravo ragazzo- tanto bravo, certo tanto ordinato e preciso, come tutte le ordinate famigliuole lì dentro, del resto.
Oltretutto, se poi tanto per cambiare ci si affacciava anche solo per un istante sul balcone che dava sul cortile interno (che più che un cortile sembrava uno stretto budello in continuo brulichio) si era costretti a posare inevitabilmente l’occhio sull’anziano paralitico in carrozzella che prendeva l’aria sullo striminzito balcone del palazzo prospiciente, e anche da lui- da laggiù, da laggiù in fondo come da un tunnel sotterraneo scavato nello zolfo fumigante, da laggiù come da una distanza aliena eppure vicina – ogni tanto provenivano grida di animale braccato che invoca la liberazione .
E certo con questi panorami davanti veniva poi facile pensare all’impazzimento del suo vecchio cane- una anima in pena era parso quella volta, era stato uno spettacolo incredibile- il bastardino che tanto assomigliava a un cane di razza bergamasca però di taglia più ridotta, e che il giorno stesso del loro trasloco dalla casa immersa nel bosco era stato preso da un convulsivo moto parossistico in avanti e indietro per tutte quelle stanze sconosciute come se fosse diventato un pupazzetto a molla inarrestabile o si fosse trasformato in una vecchia trottola eternamente costretta per un maleficio a vorticare sul suo proprio perno. Aveva tutti i peli ritti come se avesse avvicinato i fili della corrente elettrica, dall’aspetto non sembrava nemmeno più lui, era praticamente irriconoscibile, era, e quello suo sfiancante movimento rotatorio dei suoi muscoli involontari lo aveva poi portato a accasciarsi ululando stremato, e il suo molle guaiolio non si era fermato un attimo durante quella notte infinita.Quel simpatico cane ridotto ben presto a una specie di animale impagliato, un automa ecco era diventato un automa, fermo lì sotto il letto materno in una notte di tregenda e di passi e di scalpicciii e di tremori di origine sconosciuta e di presenze animalesche doloranti al pari di essere umani senzienti ( e per fortuna il giorno dopo era un sabato e lo si era potuto portare in campagna, visto che se fosse rimasto lì sarebbe ben presto morto)e a lei quell’inizio era sembrato avvenire sotto un cattivo auspicio davvero.
E con il passare delle giornate la sua indefinita sensazione si era venuta malignamente concretizzando, e quel pomeriggio… quel pomeriggio poi…poi la visione di quel film in bianco e nero ambientato in cina , di quel film che aveva riportato alla mente derive ossessive di ricordi seppelliti in modo superficiale, e con in sovrappiù la visione preoccupata del volto amato della madre, davvero troppo pallido per una serie di coicidenze destrutturanti ( e il bagno troppo caldo e la cerimonia della tintura e il film) oh, tutto ciò era troppo..
E era stato per tutto questo – e forse anche per altro- che il giorno dopo, contrariamente a una sua abitudine consolidata, lei era uscita, si era presa una specie di piccolo intervallo, non aveva programmi particolari, avrebbe deciso nel tragitto che la portava alla stazione cosa fare e dove andare, conoscendosi sapeva che anche questa volta sarebbe stato un piccolo viaggio che le doveva servire a vedere e a pensare con più esattezza, lontana da tutto e da tutti.
Uffa, uffa, il fatto era che non sapeva che fare, sapeva solo di doversene uscire per qualche ora da quella atmosfera spossante.
Va bene, va bene – si disse a un certo punto- visto che non so che altro potrei fare potrei approfittare per andarmene a dare un’occhiata a quell’indirizzo che mi ha dato Hibraim, lui mi ha assicurato che è l’indirizzo del posto dove abita, va bene farò così, quella cittadina è sempre in zona, la conosco bene, anzi la conoscevo bene, ci abita pure la cognata di una mia sorella, sì , ho deciso, vorrei verificare la verità di ciò che mi racconta, avere visione della sue condizioni di vita, non posso continuare a limitarmi a ascoltare solo le sue chiacchiere, non è che lo conosca poi da molto, potrebbe avermi detto un sacco di balle, sì mi sembra una persona a posto, ma è meglio andare a vedere di persona.
E certo, l’aveva conosciuto da pochissimo Hibrahim, un tardo pomeriggio di circa un mese prima si era sentita osservare mentre si aggirava trafelata nella stazione di M., e poi si era accorta che due uomini la stavano osservando con un sorriso a 32 denti, e il più alto dopo un po’ l’aveva avvicinata, e lei- sbadatamente, come al solito sbadatamente – gli aveva dato retta, forse per noia
“sai, mi chiamo Hibrahim, vengo da marocco, da casablanca, vengo, conosci tu casablanca, bella casablanca’, e anche tu bella”
“….ma ..bah..veramente, ah..sì, casablanca, certo…no, non conosco casablanca, sarà certamente bella..non dubito..non dubito, beh, non la conosco no, ma so che esiste, è piuttosto famosa, mi pare…
Ma perchè sorridi sempre…che hai da sorridere?”( a lei il sorriso di lui dava quasi fastidio, che c’era poi da ridere, non si poteva ridere sempre, le pareva “innaturale”, le pareva)
“eh che c’è di male se sorrido, a me piace sorridere, a te no? è così bello, dai sorridi, dai.come ti chiami..cosa fai dove abiti..”
“Roberta, mi chiamo roberta…è un bel nome, no, non ti sembra..Roberta Roberta…ti piace il nome Roberta? Mi chiamo roberta e basta…per ora mi va di dirti solo questo, ma tu, tu dimmi che fai qui in Italia sei forse qui per lavoro o per vacanza?”
“ ah, sì, io qui per lavoro, sai io in marocco ho preso diploma, ho studiato, qui ho fatto prima il magazziniere, ma poi ho cambiato, e adesso mi alzo ogni mattina alle cinque per andare a lavorare come elettricista, un bel lavoro, mi piace, non era la mia qualifica, ma ho imparato subito, mi ha preso una ditta che lavora in appalto.Ogni mattina prendo il pullman e vado fino a L., ritorno solo la sera, tutto il giorno lavoro, tutto, senza orari..niente orari regolari niente..e poi sono stanco…e tu…”
“guarda ..sta arrivando il mio treno..non posso perderlo..devo scappare..ci vedremo un’altra volta….”
Si erano messi a chiacchierare altre volte seduti sulle panchine di marmo gelido di quella stazione, una stazione deserta nel caldo di serra di una estate che così non si ricordava, praticamente solo loro immobili come statue nelle ore zenitali dei pomeriggi torridi, lì sotto pensiline raffazzonate in eterno rifacimento incompiuto e contornati da cartelloni pubblicitari che sembravano stringerli in un angolo, un ambiente davvero metropolitano e come raggelato dall’altrui indifferenza, che però a lei non dispiaceva, diceva che era in ambienti come quelli che si sarebbe potuto parlare meglio, se solo lo si avesse voluto…
E un giorno lei aveva scarabocchiato con la biro uno schizzo del suo volto sorridente e poi , e poi lui aveva cercato di baciarla, ma lei aveva distolto la testa e allora Ibrahim, quell’Hibrahim bello come un attore degli anni 60, un povero ma bello- chissà poi perchè le era avvenuta questa associazione mentale- vedendo la sua titubanza, le aveva dato il suo indirizzo, come per rassicurarla, certo lui era interessato a lei, ma come non l’aveva ancora capito, forse che non si fidava,e perchè mai non si fidava, forse perchè era del marocco, ma lui lavorava, lui , era a posto , sì a posto, non glielo aveva già detto che era a posto e che si poteva fidare sì che glielo aveva detto glielo continuava a ripetere se per quello,e lei doveva solo fidarsi, senza fare finta di non capire come lui avrebbe voluto che le cose fossero tra di loro, mica lei fosse razzista per caso, no, lui sapeva che lei non era razzista, una donna come lei certo non lo era.
Ecco, aveva deciso cosa avrebbe fatto quel giorno,aveva deciso di punto in bianco, quel giorno che non sapeva cosa d’altro fare, nelle sue ore d’aria che le servivano per pensare meglio, sarebbe andata nel paese dove abitava H.
E dopo una mezzoretta tra treno e pullman era lì che se ne girava con quella listarella di carta stropicciata tra le dita, alla ricerca di quella via dove lei era certa di non essere mai stata prima.
Eccola lì, dunque: la cittadina era come la ricordava, non era poi cambiata, le piaceva soprattutto la parte centrale, quella più vecchia, quella dove le strade selciate si restringevano in vicoletti contorti che parevano quelli di un labirinto senza uscita.
Oltrepassato uno slargo angolare( dove una chiesa non troppo grande e di pietra di arenaria si introduceva in un crocevia come un corpo estraneo, data la mancanza di spazio che la teneva come appicicata a esercizi commerciali di ogni risma, alcuni dalle insegne in lingua inglese per darsi una patina di modernità trasgressiva) ecco l’inizio di una viuzza corta e un po’soffocante, ai cui lati si fronteggiavano piccoli edifici bassi- al massimo due piani- di case definibili come dignitose costruzioni popolari, case una volta abitate certamente da artigiani e operai, e ora degradate, e lasciate andare.
A lei quella straducola era subito parsa come un carrugio abitato da gente non stanziale, un allucinatorio posto di mare trapiantato incongruamente nella piatta zona padana, un’area periferica dove si insinuava un odore di rancido come di cibo lasciato a marcire…un suk arabo trapiantato in zone piccolo-borghesi e in decadenza ecco, fu questa poi la sua conclusione quando se ne andò.
Aveva suonato incerta il campanello di quella casetta che sembrava disabitata, le tapparelle completamente tirate giu sulla facciata screpolata dove l’intonaco era dello stessa sfumatura giallo-verdastra di dove abitava lei, e se ne stava per andare- certo lì dentro non c’era nessuno, tutto era chiuso e silenzioso- ma poi una persona che lei non aveva mai visto aveva aperto, e la sua espressione era stupita, sembrava chiedersi chi mai si fosse arrischiato a arrivare fin lì, come se quella fosse una zona off-limits.
“abita qui Ibrahim X, abita forse qui? Mi ha detto che abita qui, è stato lui a darmi il suo indirizzo, a dirmi dove abitava, ho forse sbagliato indirizzo?- aveva biascicato lei imbarazzata, e sulla via di andarsene senza neppure aspettare una risposta.
“ahm Ibrahim x, sì Hibrahim, sì , certo, abita qui, io sono suo cugino, lui però non c’è… non è ancora tornato dal lavoro, ma prego, prego si accomodi “
“no, no, non posso, devo andare subito, dovrebbe solo dirgli che è venuta a cercarlo Roberta…Roberta, capito, mi chiamo Roberta, lui sa chi sono”
“ Ma su, venga, aspetti un po’ dentro su…qui fuori è troppo caldo”
E lei allora era entrata, voleva vedere, voleva rendersi conto di che tipo di vita facesse Hibrahim,era andata lì solo per quello, in fondo.
Certo i due uomini- o erano tre, per un istante un altro uomo si era affacciato da una porta posteriore semiaperta su quello che pareva uno spazio esterno, e subito l’uomo era sparito- all’interno di quel misero spazio che aveva l’aria di servire come cucina e che però a lei era parso il ridotto di un campo-prigionieri, si erano dimostrati gentili e ospitali, e tutto ciò le era parso perfino commovente ( Non sapevano più che fare, che cosa offrirle, si agitavano spostando tazze e cercando l’occorrente come se non sapessero dove mettere le mani esattamente e alla fine le avevano servito su un microscopico vassoietto orientaleggiante un infuso caldo di non sapeva che erbe rinfrescanti, che lei quasi si stava versando addosso talmente i suoi gesti erano diventati maldestri, perchè si sentiva a disagio sotto gli sguardi affamati- sì il loro era uno sguardo famelico, famelico,era quello il termine da usare- di quei due sconosciuti che sembrava non avessero mai fatto entrare lì dentro una donna prima di lei).
E poi e poi– in seguito anche a sue domande specifiche.-avevano cominciato a raccontare la vita che facevano, e anche qui a lei era venuto da piangere, lei li vedeva, riusciva a vedere le loro vite, vite di impicci e desolazioni e di sguardi e movimenti famelici, e poi e poi…e poi lei guardandosi attorno aveva cominciato a maledire mentalmente la gente laboriosa e cattolica di quel paesino, gente che dava in affitto case fatiscenti a quei poveri disgraziati che chissà quanti erano a vivere lì in una stessa stanza , piccoli proprietari che cercavano miseramente di lucrare sulla disperazione altrui, e non se ne accorgevano neppure o facevano finta.
A un certo punto, in fretta e furia- certo lei li leggeva gli articoli sulle condizioni di vita degli immigrati,ma un conto era leggerli un conto verificarli di persona- non se le era sentita più di rimanersene lì a ascoltarli, e, accampando una scusa “eh, non posso restare, non posso tra poco ho il pullman di ritorno, dite a Hibrahim che è venuta a trovarlo Roberta, ditegli così, lui mi conosce..grazie di tutto, grazie..siete stati molto gentili, davvero..ciao”e se ne era uscita come correndo, come se quegli sguardi le trasmettessero una muta implorazione a cui non c’era modo di rispondere.E uscendo e guardandosi in giro,aveva dato un’ultima occhiata circolare forse per imprimersi fotograficamente quella visuale e da quella stessa porticina posteriore da cui prima si era affacciato una figura subito scomparsa era riuscita a scorgere uno spicchio di cielo bianco e pesante che avvolgeva un tronco rachitico di una pianticella forse morta, una specie di arbusto che fuoriusciva sghembo da un ‘aiuola sassosa del cortile interno, cinto tutt’attorno da una muraglia su cui mancavano solo dei cocci di bottiglia per difendersi dai ladri.
Ma che cavolo di posti…ma che cosa incredibile era uno spettacolo del genere..non era possibile, davvero non era possibile un tale scempio…A lei la visione di quella muraglia- così incongrua, cosi incongrua e anche un po’ ridicola, una muraglia a recintare una casetta cosi minuscola, e circondata da ogni lato da altre abitazioni consimili e addirittura in una zona centrale e certo frequentata, e quindi controllata- quella particolare veduta le suscitò (anche questo suo accostamento era peregrino, e forse surreale, ma forse non poi tanto, a ripensarci bene) un flash-back: rivide avanti sé le alte muraglie -queste sì con spezzoni di vetri rotti per evitare intrusioni e ladrocinii- che cintavano il famoso parco dove si erano accostati con la macchina più volte lei e quello che da tempo immemore aveva denominato l’ineffabile, alias il killer emotivo, alias l’assassino tout court( Uno scorticatore gelido e indifferente, quello, che aveva passi felpati e che sembrava sempre metaforicamente indossare dei guanti, quasi non volesse lasciare tracce intenzionato come era a agire industurbato e rattesco nelle sue azioni criminogene, e con effetti a lunga durata. di seduttore senza seduzione vera: vado, la circuisco, la deformo emotivamente, e di nuovo mi metto in caccia..forse era questo il motto del tale, forse)
E, al solo nominare mentalmente ciò che non era nominabile, iniziò a sudare ancora più profusamente, forse questo era un bene, era un meccanismo che faceva espellere tossine, e ciò serviva, serviva, in una giornata come quella serviva certo.
Sempre tenendo una andatura veloce come se fosse inseguita da una muta di cani randagi nelle strade in realtà deserte- e chi mai si arrischiava a girare in quelle ore terribili in cui il sole incombeva, e l’aria era satura, satura, e tutto incombeva- si era fermata per riprendere fiato davanti a una lunga cancellata semi aperta che immetteva su di uno stupendo giardino di grande estensione, un giardino cosidetto all’italiana e aperto al pubblico .
Un po’ titubante- non sapeva che fare non sapeva, non sapeva nulla – come in stato di sonnambulismo vi si era poi risolta a entrare : lì tutto era calmo e refrigerante, e molle, e gli uccellini cantavano e il verde era smagliante, anzi talmente bello da avere un aspetto inquietante, la bellezza che nasconde un tranello e che è l’inizio del perturbante, lo aveva detto un famoso poeta, e lei era d’accordo, ne aveva avuto esperienza diretta.
In fondo al giardino era posizionato un edificio che sembrava bisognoso giusto di una rinfrescata, con un che di semplice epperò aristocratico nel complesso, le linee semplici e nette erano le più belle esteticamente, lei lo aveva sempre pensato e ancora una volta se ne convinse.
Sulla facciata rettangolare e molto allungata rispetto all’ altezza – accanto vi era un piccolo edificio certo aggiunto sucessivamente- le porte erano innumerevoli e di colore cilestrino scorticato, e davanti c’era un ampia veranda coperta e impaventata, con delle sedie impagliate che sembravano attenderla.
E c’era un donnone avanti negli anni, ma con ancora una certa solidità nelle carni strette in un abbigliamento da cameriera o da governante, meglio governante, si disse lei, guardandola meglio:
e la immaginò con le braccia bianche intende a impastare farina facendo forza sulle leve degli avambracci massicci.
“Signora, signora, mi sente?…buongiorno… buongiorno, signora.. vorrei sedermi, questo è uno spazio pubblico, non è vero? posso sedermi, sa, mi piacerbbe sedermi..posso?
“Eccome no, si sieda , si sieda pure, la sedia è lì per quello, si sieda pure, faccia con comodo, si sieda!”
“Sa, sono stanca, ho camminato . ho camminato parecchio e poi..con questo caldo afoso..è terribile, fa davvero troppo caldo, non trova?
E poi lei si era seduta, e era rimasta seduta molto a lungo, tanto che a un certo punto cominciò a chiedersi se per caso le chiacchiere stordenti di quella donna ( che le stava squadernando addosso la sua vita di appartenente a una famiglia di mezzadri che avevano sempre abitato lì in quel complesso che a lei pareva già grande ma che era in realtà solo la parte più ridotta di una proprietà ben più consistente di una importante famiglia di origini nobiliari che era poi il vanto di quel paese, una famiglia che aveva un proprio posto nelle storia e quello era praticamente il rustico donato al comune da quella famosa famiglia, e adesso vi si era insediata la biblioteca pubblica, bel posto, ehh, naturalmente i mezzadri abitavano ancora lì, era rimasto immutato il loro diritto antecedente, facevano lavori di giardinaggio, e in più erano dei guardiani, anche se a dire il vero c’era anche un’altra persona, che aveva questo ruolo )se le chiacchiere di quella donna dalle carni abbondanti avessero il marpionesco potere di appitonarla, facendola rimanere inane e senza risposte su quella seggiola.
O forse era tutta una finta- la finta di un animale che si autoocculta per non essere depredato- e lei era immobile e silenziosa nell’aria satura e lattiginosa perchè non sapeva che fare, e non aveva niente di meglio da fare quel giorno: poteva anche darsi che fosse semplicemente stufa e se ne difendesse con quella atarassia che sapeva di malaticcio e anche di morboso
Inerte, e in balia degli avvenimenti, ecco, così si sentiva, o forse stava incubando qualcosa, un morbo priogeno e di eziogenesi occulta, e il marasma stava originandosi mentre quella donna sembrava avere l’intenzione di porle – e glielo porgeva con quelle sue braccia carnose in leggero tremolio che sembravano agitare un invisibile mattarello per sfogliare la pasta fatta a mano- di porle davanti un piatto indigeribile- a quell’ora poi, sotto quel sole canicolare, poi!- voleva che lei trangugiasse senza storie il boccone indigesto delle sue vicissitudini scabre.
Anche se lei raccontava episodi non memorabili come se si trattasse di avvenimenti straordinari di cui l’intero orbe terracqueo avrebbe meritato bene di venire a conoscenza.:aveva una tremenda e impudica voglia di vomitare parole la governante-giardiniera, e quel giorno aveva trovato certo la cavia esatta- era atarassica lei, e lo era per troppo sfinimento, era dunque la persona giusta per sperimentare su di un estraneo quella sua logorrea che non si aspettava risposte.
E poi e poi, sempre su insistenza di quella signora, aveva dovuto fare la conoscenza del guardiano, che l’aveva fatta entrare in casa sua, per mostrarle una sua incredibile collezione di quadri che riempiva le pareti fino al soffitto, e il suo stordimento era aumentato allora in maniera esponenziale, l’accatastamento era ubiquo e massivo, ma che, teneva forse una pinacoteca in casa, quella casa era un vero e proprio museo, l’mpressione, la sua prima impressione era certo stata quella. Ma no, non era lui a dipingere, era un semplice appassionato, e era stato fortunato, quei quadri gli erano stati donati, non lo sapeva lei che accanto al corpo della biblioteca civica c’era una stanza abbastanza ampia dove si tenevamo mostre di pittura? Quei quadri che teneva in casa gli erano stati regalati dagli espositori, e ce ne erano perfino alcuni meritevoli, lei vide.
Naturalmente il guardiano.collezionista volle poi accompagnarla a dare un’occhiata alla sala-esposizioni, e lei si appuntò il nome dell’autore del momento, non male davvero.
A quel punto, dopo una tale overdose di rimandi uditivi e visivi accatastati in modo abnorme – non solo il vuoto pneumatico, ma pure il troppo disarticolato stroppia si era detta lei, scorata -tanto da farle riprovare improvvidamente la medesima torbida sensazione di saturazione del pomeriggio precedente, non potè che incamminarsi sulla via del ritorno, cosa che fece troncando -con un che di volitivo e perfino maleducato – ulteriori future chiacchiere che pervicamecente come piattole si sarebbero fiondate certo- era inevitabile, a quel punto – inesauribili e tremende su di lei, appioppatale come calamitanti noiosità dai suoi inaspettati interlocutori in quel bel giardino all’italiana: se lei non se ne andava sarebbero andati avanti all’infinito,con lei come cavia ascultante, e pietrificata.
Si sentiva esausta tanto che immaginò di avere anche lei sulla tempia la medesima vena azzurina( e pulsante come un serpentello che le si fosse incuneato sotto pelle, a ammorbare veleni letali con un che di aggraziato) quella vena saettante che l’aveva colpita osservandola sul volto emaciato della protagonista cinese di quell’ apocalittico film in bianco e nero da lei visto in compagnia della madre.
Era stanca, certo che lei aveva fatto di tutto per stancarsi, magari quella notte avrebbe dormito bene, e pensato questo, per stancarsi maggiormente, anziché fermarsi a prendere il pullman alla fermata più vicina, si incamminò sullo stradone provinciale dall’asfaltura ribollente e metallica sotto l’ormai cronica nuvolaglia bianca e pesante.
Voleva raggiungere la fermata più avanti, proprio una vera masochista, dato che con il sudore aveva perso i sali minerali a disposizione, e certo ciò la stava portanto a uno stadio prossimo o a un collasso o un’insolazione da pronto soccorso.
E quando giunse a casa, si sentiva del tutto bollita, e non solo per il caldo, e aveva voglia solo di mangiare un boccone e di bere a volontà.
Premette dunque il citofono, e la porta si aprì quasi in automatico, senza attese defatiganti.
Iniziò a inerpicarsi lenta su quelle scale di marmo color paglierino, che ogni venerdì subivano una accurata ripulitura e lucidatura a opera dell’apposita addetta specializzata unicamente in quello- la ripulitura di scale di più condomini della zona, che quella donnna eseguiva facendosi dare un secchio di acqua bollente da ogni singolo condomino e strofinando curva fino a specchiarvisi, e lo faceva perchè si era impelagata in un mutuo che pareva inestinguibile- certo che il lavoro dell’addetta veniva seguito in diretta dalla responsabile generale, quella che sembrava pronta alla delazione, la signora che abitava in faccia a loro, e che era sposata con un uomo più giovane, l’uomo dal parucchino nerofumo con dei ciuffi ribelli e scompigliati ad arte.
Faceva le scale- in quell’edificio non c’era ascensore e lei doveva fare otto rampe di quelle scale scivolose per via della troppa cera, due per pianerottolo- tenendo la testa per evitare di scivolare e non vedendo l’ora di arrivare.
Ma al terzo piano, esattamente sul mezzanino e mentre stava spegnendosi automaticamente la solita lampadina che per ragioni di risparmio scattava a tempo lasciando chi saliva nell’oscurità a meno che non la si fosse riaccesa manualmente, si imbattè quasi urtandola ( quella era ora di cena e certo non avrebbe incontrato nessuno,questo si era detto, e aveva sospirato contenta ) nella vedova del secondo piano, una donna esile e elegante, certo l’unica frequentabile lì dentro, che la fermò, e le chiese:
“ E allora, e allora , come sta sua mamma, come sta?”
Lei abbozzò, alla ricerca vana di una risposta plausibile, e breve, soprattutto breve
“Ah, la mamma.. mia mamma sta abbastanza bene, potrebbe stare meglio se si prendesse più cura di lei, ma sta bene insomma niente di particolare, come al solito, insomma..Grazie grazie per avermelo chiesto, signora, glielo dirò che ha chiesto sue notizie, ne avrà piacere, le sono grata grazie, buonasera..”
Vedendo che la signora non si spostava e che continuava a tenere gli occhi puntati su di lei con uno sguardo indefinibile si era messa a pensare ma che strano, come mai questa signora, che per tutto questo tempo si è limitata a darci un buongiorno buonasera e non si è mai fermata a parlare con me -con mia mamma non saprei, magari qualche volta l’avrà pure incontrata, mah- come mai tutto questo interessamento da parte sua sembra quasi che non mi voglia fare passare..boh
E poi, e poi la signora, quella signora, le aveva detto:
“Ma come, ma allora non lo sa, lei non sa niente… non sa che sua mamma è stata portata via in ambulanza questo pomeriggio…io credevo che stesse tornando dall’ospedale dopo averla vista, e mi ero detta ma allora se torna ci saranno buone notizie e allora le volevo sapere anche io … ma allora nessuno l’ha avvertita.. ma allora non sa niente.. vada vada a chiedere al suo dirimpettaio, lui sa tutto, sa anche in che reparto è stata ricoverata e certo le dirà qualcosa…”
E nel dirlo scuoteva la testa, come se stesse parlando di qualcosa di cui non riuscisse a capacitarsi.
Di quello che era successo poi le erano rimasti fotogrammi accatastati e stridenti, come quella pletora disomogenea di quadri la cui visione nella casa del guardiano-collezionista le aveva procurato la voglia di chiudere le palpebre per riposarsi dopo una tale ferita estetica e disarmonica, un caleidoscopio schizoide e mutilo di significato, quello che era il prodotto di un delirio iconico che parcellizzava chi aveva la ventura di imbattervisi per mero caso.
Quando- accompagnata dal marito della dirimpettaia e dopo un viaggio che le parve si fosse svolto su un tapis roulant che la faceva fibrillare scomposta in quella sua utilitaria grigio fumo e dall’abitacolo così stretto– quando entrò nel pronto soccorso, nessuno le seppe dire nulla e per un po’ venne mandata da un reparto all’altro. Poi, quando finalmente trovò sua madre mentre su una barella veniva fatta uscire dalla stanza adibita alla esecuzione della tac, credette a un errore: certo quel corpo esanime, quel volto in cui spiccavano occhi dalla pupille dilatate, e pure una capigliatura sfibrata, certo non era lei, che il giorno prima si era fatta la tintura e si era messa tutta a posto, non si trattava di sua madre, era un evidente errore di persona, quell’inermità martirizzata da cannule che dovevano sopperire a regolare flussi vitali in caduta libera non era sua madre, poteva essere chiunque ma non lei.
Non c’erano dunque speranze disse il medico, qualcuno dei figli avrebbe fatto meglio a restare, era una situazione che entro poche ore avrebbe avuto un esito obbligato, l’emorragia cerebrale era stata di quelle devastanti, non si poteva fare più nulla, solo starsene lì ad aspettare.
Vide le due sorelle andarsene, anche quella che aspettava un bambino che doveva nascere dopo meno di un mese, e immaginò che il suo pancione fosse sottoposto a contrazioni premature, come era capitato alla madre stessa quando, incinta del loro fratellino, aveva saputo di sua madre morta.
E era stata l’altra sorella- che quel giorno insolitamente era andata a trovarla dato che la madre in una sua telefonata aveva accennato incidentalmente al fatto che aveva intenzione di cuocere delle pesche molto mature che le erano state regalate dal fruttivendolo quel sabato- che le aveva fatto sapere che arrivata lì nessuno le aveva aperto, e allora aveva telefonato al padre che si trovava in ufficio, e erano stati loro a trovarla rantolante sul pavimento ( e quando sentì sua sorella parlare di come avevano trovato la madre agonizzante per terra, lei pensò immediatamente a come il lugubre- e ossessivo, e crudele- malato del piano di sotto certo doveva avere impugnato il manico di scopa per batterlo più e più volte sul soffitto, per avvertire l’inquilina del piano di sopra di non permettersi di fare rumori del genere )
E quella stessa sua sorella prima di tornarsene a casa fece in tempo a dirle, forse per dare un po’ di speranza a lei che rimaneva lì, che le era sembrato che durante il tragitto con l’ambulanza la mamma non fosse ancora in coma, perchè rispondeva con dei piccoli movimenti a lei che le stringeva le mani.
E invece per un’ enormità di ore – uno stillicidio vero e proprio, come se anche le ore gocciolassero utilizzando lo stesso meccanismo iniettorio-defluente delle fleboclisi – le sue belle mani nervose con sul dorso delle vene guizzanti in rilievo erano state tenute poi dal fratello, che a ogni sussulto diverso dal procedere normalizzato della sua agonia le sussurrava una preghiera inventata lì per lì, un invito laico a non avere paura, mentre la figlia di quando in quando si costringeva a deviare da un suo stato molto vicino alla catatonia guardando intenzionalmente da uno stretto finestrino di un bagno miniaturizzato- e reso obitoriale dalle luci battenti di un neon metallico che pareva vibrare a onde per il cattivo funzionamento, forse un filo si era staccato- in giù, in un cortile dove le persone in visita sembravano muoversi al rallentatore , in un budello oppresso da una luce scialitica che non produceva ombra.
Accanto al letto della madre agonizzante- che nessun paravento proteggeva sacralmente da sguardi stolidi- era stesa una vecchia affetta da morbi cronici di non si sa quale natura, una vecchia cattiva lei pensò, dato che a ogni sussulto più forte della norma si scocciava impunita e lo si capiva da una smorfia che le si stampava allora sul volto, come se il sentire quei respiri convulsi le procurasse un fastidio inenarrabile, impedendole di scivolare in un sonno pesante,accidenti, ma le infermiere non avrebbero potuto mettere quella donna in un altra stanza, lei desiderava solo dormire lei, e quella con i suoi respiri di mantice le dava fastidio, le dava.
E quando ci fu un ultimo respiro- una cesura operata da un bisturi affilato al massimo-la figlia ebbe un tempo azzerato per poterle dare un saluto decente, urlò ma non quanto avrebbe voluto, la baciò sulle labbra che erano rimaste ferme in un sospiro di liberazione, e lei e suo fratello se la videro portare immediatamente via da alcune infermiere silenziose, non c’era tempo, non c’era tempo : era ricoperta da un lenzuolo bianco, e doveva essere portata in uno spazio più idoneo, erano le tre di mattina, e la vecchia cattiva – oh, la sua faccia , oh la sua faccia schifiltosa , la sua faccia che sarebbe stata bene in un quadro delirante e maligno di bosch, in uno di quei suoi quadri stracolmi di volti impeciati, e ghignanti- finalmente avrebbe potuto tornarsene a dormire come se niente fosse avvenuto nel lettuccio accanto al suo.
E adesso, adesso i giorni continuavano ottusi a trascorrere e lei era lì nella sua camera da letto, e non riusciva a chiudere gli occhi.
Quel perdurante maniacale gocciolio nel bagno che era al di la della parete screpolata su cui era posizionata la testata del suo letto- gocciolo testardo e accompagnato come sempre da un alieno tremolio metallico che faveva vibrare l’apparato freddo delle scanalature vuote dell’intero edificio – le suggeriva l’azzardato paragone con una presunta deriva acustica di uno scintillio ipnotico di un cronometro inserito nel suo sistema uditivo, che doveva servire certo a preavvertirla della spietatezza del tempo, che dopo la morte della madre aveva assunto una caratura diversa.
Ora lei sentiva – vedeva anche – il millemetrico fluire degli istanti, quasi fosse in grado di percepire ogni secondo come se dovesse fronteggiare una disseminazione anemofila che avvenisse in una tetra atmosfera pressurizzata, per non permetterle alcuno scampo.
A lei sembrava di stare ammalandosi, forse – oltre alle cellule dell’ipotalamo bruciate dall’incurabile morbo detto dell’insonnia mortale, morbo della famiglia dei prioni, gli stessi che portavano alla pazzia le mucche- stava incubando in contemporanea i sintomi della cosidetta febbre terzana e subito a questo pensiero le venivano in mente strani termini spezzettati senza senso compiuto, li ricordava vagamente come se fossero avvolti da una nebulosa.
Dicevano, dicevano suppergiù quei versi spezzati e avvolti da un qualcosa di opaco, ecco quello che ricordava, almeno credeva “ in quanto segno acqueo, muove la pituita alla febbre terzana, e molto spesso duplice e con eccesso di putredine, significa inoltre il veleno,ogni genere di…” e questo era solo un accenno di quei tanti termini scoordinati, tratti da antiche pagine di uno dei primi trattati di astrologia, che affermavano che a ogni segno corrispondevano determinate malattie e organi, preannunciando con quel linguaggio esoterico che certo le persone appartenenti a quel segno erano destinate a ammalarsi di quei particolari morbi, morbi incurabili e fatali.
Lei ricordava anche – e questa volta con precisione -“freddo e caldo sento che mi piglia , ho la febbre terzana, tremano le budella, il cuore e l’anima si assottigliano ”.questi erano invece- e lo sapeva perchè le erano rimasti impressi, erano versi dotati di forza come un grido- erano i graffiti lasciati sui muri di prigioni sotterranee dalle femmine acccusate di maleficio ai tempi dell’inquisizione…
E lei scottava, e si rivoltava nel letto, e non riusciva a prendere sonno, vinta da un contaminante alieno, e tossico, come da un demone.
E allora, in un ultimo tentativo che sentiva già vano, accendeva la radio e cercava una programmazione sulla quale fermarsi per un po’, e spesso su un tappeto di onde elettromagnetiche emesse da una stazione che sapeva pure dove era ubicata, ascoltava voci assertive- e un po’ troppo melliflue per i suoi gusti- che volevano convincerla della giustezza del cristianesimo, unica dottrina fatta di parole capaci di lenire.
Introdotti da musichette ibride ( commistioni abnormi di canti liturgici classicheggianti malamente inframezzati da note che parevano troppo simili ai modelli standard delle colonne sonore di filmoni poco meno che hollywoodiani ) sul cui fondo voci senza età e dai timbri assessuati richiedevano l’ unione spasmodica con l’unico, dopo una vita di mali e perdizioni( oddio mio, oddio mio) ecco che un alternarsi magnetico di voci maschili e femminili si dava il cambio per le preghiere dette della compieta, le ultime della giornata, tutte le preghiere della sera fino al nunc dimittis.
Niente, nulla da fare quella liturgia dogmatica che in ogni frase (oh, come quella loro tonalità era assurdamente dolce, dolce fino allo sfinimento, lei era irretita, o meglio tramortita, tramortita da vibrazioni sinusoidali di radiazioni random che la tenevano stesa immobile, ne era superficialmente stordita come le capitava le prime volte in cui aveva usato l’acqua ragia per pulire i pennelli, o come quando la madre usava le sue trieline e tutti quei composti chimici pericolosi da usarsi in casa) quella liturgia che in ogni frase alludeva a una colpa incancellabile che si doveva scontare con tormenti variegati, la faceva stare ancora più pervicacemente abbarbicata come un parassita al suo stato di dolore, e il risultato di quell’ascolto era antitetico ai suoi desideri, se ne stava poi ancora più sveglia, a rimuginare pensieri che le si incuneavano sotto pelle-esattamente intorno al pericardio- come i chiodini di ottone a testa rotonda conficcati a tenere fermo il cuoio verde delle loro belle sedie antiche.
E allora pensava pensava, e le veniva alla mente la visione di quei favi incollati alle bianche listarelle interne delle persiane della casa di campagna, che lei tentava vanamente di eliminare , e che ogni volta, da lì a poco,si riformavano, e si riformavano negli stessi posti inospitali.
Erano dei favi grigiastri, composti di alveoli essiccati il cui materiale di formazione aveva l’aspetto di fogli di carta in decomposizione, e le cellette erano del tutto vuote, eppure, eppure in una celletta semichiusa e in sfaldamento erosivo, c’era sempre una ape solitaria e di non si sa che sesso- quasi certamente era un’ape operaia, sterile forse- che rimaneva vanamente lì a pulsare con il suo addome gonfio, nell’inutile tentativo fantasmatico di succhiare linfa vitale da inesistenti incrostazioni di miele mai fatto oppure svanito e divorato da altri, per potere sopravvivere in quegli inverni senza fine, sopravvivere purchessia.

comparso su viadellebelledonne il 24-1-2008

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3 Risposte

  1. carissima IImezzanotte ti voglio esprimere il mio ringraziamento più sentito per avere letto e apprezzato questo mio racconto ( a cui sono molto molto attaccata, e tu stessa capirai…..

  2. Affascina per le immagini, particolari ed inusuali, per i colori e l’atmosfera, e per lo stile di scrittura, che mi ha ricordato quello dei classici. E’ un racconto sentito, sì, mi è arrivato. E penso che la cosa più bella che qui rimane impressa è lo stile di scrittura, la cosa più importante per uno scrittore, ciò che lo rende unico. Bianca

  3. Graze!!tutte le osservazioni che fai al riguardo mi interessano, e concordo con te su quella che definisco “l’assoluta importanza” in chi si impegna a scrivere al meglio dello STILE, ebbene sì lo stile( quindi quello che mi fai è un commento essenziale, importantissimo.. grazie assai, carissima ( super) Bianca

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