IL GIORNO DOPO (1-2-3 )


Il giorno dopo la partenza del fratello e della sua famiglia-.lasciata una pausa ragionevole per non rischiare di incappare in incontri che certo avrebbero evidenziato tensioni pronte a deflagare al minimo spunto –perfino quelli lontani anni luce da  una qualsivoglia plausibilità e  ragionevolezza pronti a esplodere in quell’atmosfera artificiosamente leziosa  determinata   dagli stessi paesaggi di  una campagna arcadicamente immota e come  rarefatta  nella  pesantezza  dell’aria di una idilliaca domenica agostana – scelse un orario  impossibile per tornare nella proprietà immota paterna appena lasciata definitivamente.
Con movimenti anodini, con passo  ritmato da quella che a occhio estraneo sarebbe potuto parere una meccanicità da soldatino a cui si fosse dato la carica e che per nessun motivo si sarebbe mai fermato, in una movimentazione spastica eppure ordinata fino alla maniacalità , trapassò spazi di terra battuta, esangui cortili comunitari  dai confini proprietari segnati da linee invisibili e da servitù di passaggio – ormai infestati da erbame irto e in perenne ricreazione malsana.( erbacce erbacce . si diceva. malmostosa, .selvatica come quelle stesse iperproduzioni di infetti semi portati da venti  maligni e che ormai avevano ricoperto anche la zona sterrata dove gli addetti avevano appena scavato per interrare le tubazioni per l’allacciamento del gas)antistanti vecchie abitazioni da lungo tempo disabitate ,viuzze dall’aspetto di tratturi scoscesi di sassi e pietrame , simili a letti di torrenti ricoperti di detriti e sedimenti ancestrali da diluvi alluvionali, tutti attorno a quello spazio angolare sopraelevato rispetto al resto e ricoperto da materiale di risulta derivato da decennali lavori edili mai portati a termine( non si poteva passare non si poteva passare in quella zona.. un vero disastro. Vi si trovavano spuntoni di ferrame arrugginito ,in un affossamento laterale  vecchie utilenserie e addirittura carretti per antichi lavori contadini, ovunque legname putrescente e devastato mai più recuperabile, i lavori erano fermi da pressocchè un anno. Ormai, i soldi erano finiti, e quella abitazione   una volta una cascina a doppio corpo con fienile e ampia stalla sottostante- incombeva ora illividita. con quei suoi nuovi colori acidissimi e stridenti  nella sua parte superiore  – lo spazio prima riservato totalmente a  fienile risultava ora suddiviso in tre segmenti aperti sul panorama attorno e che però al suo interno  risultava spezzettato in più stanze cubicolari senza soluzione di continuità  essendo  unito invece  a mò di balconata sulla totalità della facciata con  un camminamento lastricato senza suddivisioni e tenuto fermo da una specie di cordonatura metallica e algida a doppia asta orizzontale a contornare vetrate gigantesche e di una tonalità brunita – forse antiriflesso -che le faceva parere fatte di plastica vera e propria:certo era probabilmente un effetto ottico voluto – forse anche quel materiale era pregiato ,magari erano solo vetri impossibili a scheggiarsi , tutti in paese sapevano del resto che  ogni singola problematica di restauro aveva avuto la supervisione di architetti modernissimi.
Certo ora il fabbricato incombeva  massiccio e estremamente squadrato( un monolite alieno) su quell’angolo del paese vecchio circondato per ogni suo erto e arcuato angolo da case contadine in pietra, con una loro lineare essenziale pulizia  stilistica , realtà  questa che faceva parere l’opera di restauro modernista  come un trapianto mal eseguito , stridente .soprattutto in uno spazio così ristretto e appuntito di villaggio pietrificato e come abbarbicato in quel particolare punto su una spuntone di terra che pareva fin ostile, un qualcosa di costruito forzosamente.
Subito oltrepassato quello spiazzo, ella procedette – facendo leva nei passaggi più ostici su un suo ritorto bastoncino  , uno tra i numerosi che ormai aveva-  su uno stretto sentiero laterale ostruito anche questo da lunghe aste ferrose che più di una volta l’avevano fatta inciampare.e di cui però conosceva l’esatta ubicazione, in vicinanza con tombini e pozzetti mal ricoperti da tavolate oltretutto malmesse,  e- all’epoca della fioritura occultati in sovrappiù dalla solita  abnorme crescita esponenziale di erbaggi di variegata e incerta natura, tutti però sotto il segno dello spinoso e urticante, e nella cui massa incolta e disordinata lei aveva imparato a riconoscere per primi gli alti fusti nodosi dei cardi.dai fiori violacei .
Proprio in vicinanza di una di queste arborescenze in pieno rigoglio ( certo il trattore al prossimo sfalcio di erba di quegli appezzamenti in ripido gradiente che costellavano il lato che correva parallelo e in sopraelevata rispetto al limitato tratto di asfalto che attraversava per l’intera lunghezza il nucleo primigenio di quella frazione che ben meritava la definizione di villaggio , certo il trattore l’avrebbe ridotto in poltiglia spezzandone il viluppo di larghe foglie a raggiera che ne facevano una pianta dall’estetica misteriosamente  attraente e quasi esotica , un residuo di piantagioni da clima tropicale) ella scartò per una deviazione  che pareva essere stata creata dai suoi stessi continui passaggi a scorciatoia,un sentiero erboso che quando il prato incoltivato  verdeggiava massivo e urticante si era automaticamente formato a seguito di continui schiacciamenti nei punti meno ondulati di una superficie del resto costellata da avvallamenti e sprofondi  a trabocchetto,cosa di cui si era dovuta rendere conto  durante le solite nevicate apocalittiche di quell’ultimo interminabile inverno. Seguendo quel tracciato- che accostava il limitare di una  staccionata a terrazzamenti dove era possibile usare anche una scaletta di pietra contornata da parecchi alberi di prugne e inframezzata da vasi rustici di rossi gerani che parevano laccati- si avvicinò alla seconda delle due differenti proprietà  di consanguinei, i cui confini erano contrassegnati da siepi curatissime e da roseti rampicanti , che si attorcigliavano stretti anche sulle mura di un piccolo edificio – distanziato rispetto alla bianca casa padronale –e che fungeva da ripostiglio, dopo essere stato utilizzato pochissimo come pollaio, come testimoniato da una gigantesca colorata immagine di gallo stilizzato su una delle pareti di grezzo intonaco.
Su quel limitare-e subito in prossimità del fosso  che era stato creato per fare confluire in qualche modo il sovrappiù di acque che le propaggini collinari non riuscivano più a drenare a sufficienza(spesso si formavano  durevoli ristagni paludosi, vere e proprie pozze fangose circondate da una specie autoctona di  gialli giunchi ricurvi che parevano sempre sul punto di spezzarsi al minimo scuotimento dell’aria  – iniziava un punto difficoltoso, essendoci solo dei massi accostati in equilibrio precario a fare da scaletta dal lato orientale.             Nel punto meno profondo del  fossetto si era costretti a fare un saltello, se si voleva andare a finire nel prato confinante ,anche esso digradante , ma in una posizione panoramica più ampia ,su di un terreno meno interessato da quelli che parevano leggerissimi sommovimenti franosi visto l’aumentato ristagno acquitrinoso e la crescente obbligata incuria degli appezzamenti non più coltivati come un tempo.  Praticamente  si poteva dire”arrivata”, aveva raggiunto la abitazione familiare, più esattamente  la casa paterna : ristette per un lungo minuto sul limite confinante, accanto al fosso, gli stessi suoi ultimi passaggi plurigiornalieri avevano segnato una  stretta linea visibile-qualcosa di spelacchiato. aridissimo, corroso dalla siccità- anche nel prato appena falciato dal fratello,se ne  vedevano le tracce minimali proprio a partire dall’angolatura rispetto alla pianta di jucca che era stata messa a dimora su quel  bordo dopo averla  escavata da una  aiuola antistante la facciata –e sulla destra per chi entrasse- strutturata a due ali di differente posizionamento. suddivisa come era nel suo corpo centrale da una struttura di veranda aperta e delimitata da due arcate che andavano a unirsi per un breve tratto in alto.                                            Aveva fretta, una fretta  ambigua, una specie di sensazione tortuosa , le sembrava quasi di iniziare a provare una accelerazione coartata delle sue pulsazioni e di ogni suo minimo movimento ,si sentiva   sopraffatta , una specie di soffocazione progressiva senza cause reali e che interessasse l’intero suo corpo, temeva di   stare ricadendo- in una sorta di allucinato dejavu che morbosamente la riportava indietro nel tempo di parecchi anni, nel giorno esatto del funerale della madre e del resto lei  visualizzava spesso il suo corpo trasportato fuori dalla macchina e sdraiato in prossimità del guardrail e l’amica di una sorella che toglieva dalla borsa un minierogatore di ossigeno – in un episodio di parastesia degli arti., processo che cominciava dalle mani – strette in un irrigidimento   parossistico –ma che ben presto si sarebbe propagato anche agli arti inferiori , l’ iniziale fibrillamento trasformato  in una deformante sovrapposizione delle dita rese artigli, quasi che le articolazioni cercassero di rinchiudersi in una diversa concatenazione di ossa ,il tutto mostruosamente similare a un fenomeno di predeterminata paralisi totale provocata da collasso interno., da mancata ossigenazione dei tessuti e dei muscoli , tutti gli accerchianti  sintomi di una possibile affezione di incerta natura,di impossibile diagnosi. , un vero e proprio apparato di morsa metallica a stringere sempre più, portandola a soffocazione.
Subitaneamente niziò a sentirsi osservata dai vicini, nell’arrivare si era accorta di due grosse monovolume  parcheggiate nel prato antistante la loro abitazione, le imposte della portafinestra che dava sull’unico  balconcino dalla  sanguigna pavimentazione di mattonelle in gran parte divelte- lo si vedeva benissimo passando lateralmente, a lei pareva inquietante, come era possibile, si trattava di persone benestanti-  erano accostate per mantenere il fresco- forse da lì la stavano spiando, magari la figlia della signora vedova  con quella voce da cantatrice di romanze–invece tutte e tre le finestre superiori erano totalmente spalancate  e non si vedeva nessuno ondeggiare nel buio dell’interno, eppure lei lo stesso si sentiva  osservata- non era poi così strano, visto il posizionamento delle abitazioni, la visuale diretta nonostante l’ampia cerchiatura delle ormai alte  piante  di bambù, la possibilità di affacciarsi ogni istante e dare un’occhiata tutt’attorno .Come una estranea che stesse –in quell’ora di sole e di totale silenzio -ordendo un delitto, un’azione criminogena sia pure raffazzonata maldestramente – e un po’ per il panico montante un po’ per evitare di essere fermata da qualcuno- subito sali facendo leva sul bastone le due gradinate di pietra, che bordavano lo spazio della veranda – stava sempre molto attenta a non poggiare i piedi sulla griglia rettangolare di metallo che faceva da stuoino era da un po’ che si era convinta che il padre in quella sua   caduta rovinosa  avesse battuto il capo, magari sul vertice tagliente di uno dei due angoli occidentali addirittura, scivolando nel pantano di neve che occludeva  quella massiccia intelaiatura ferrosa,che era in contiguità della seconda aiuola laterale contornata anche essa di aguzze pietre del luogo,scelte per trattenere armonicamente l’ampio cespo di essenze profumate e un abusivo nocciolo che si stava massicciamente inerpicando sulla facciata .Infine aprì- con un movimento leggermente trattenuto nonostante la foga interna- la massiccia porta di legno chiaro usando  la piccola chiave appesa a un ritaglio attorcigliato di lucida stoffa  rossa

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