QUELLA VOLTA ( prime 6 parti)


 Quella fu la mattina in cui,proprio al di sotto di un materassino di gommapiuma rivestito di una specie di rivestimento multicolore che pareva fin incollato nonostante una cerniera attestasse che si trattava di un coprimaterasso di quelli sfoderabili– vi erano disegnati grandi fiori anonimi di quelli stampati in serie su un fondo giallastro di un tessuto rasposo ma certo lavabile a grandi temperature- e proprio in corrispondenza della zona dove tre cuscinetti di minimo spessore, dei cuscinetti leziosi da camere di bambine- e tutti nella tonalità del violaceo virante sul rosa garanza -venivano d’abitudine malamente ingolfati anzi insaccati con un gesto di vera furia in una federa incolore di misura standard e dalla trama lisa per farne una specie di poggiatesta come da ordine impartitole

-la signora addetta alla pulizia settimanale trovò un pugnale dalla lama affilata e ricurva sulla sua parte superiore che terminava con una linea ondulata, una specie di curva subito mozzata,a lei che non se ne intendeva parve uno strumento tozzo, per mani tozze, squadrate, per tenerlo bene in mano bisognava avere mani da macellaio, dal palmo teso e fermo, non si doveva sudare nel tenerlo, per un breve istante lei lo tenne fermo ma dovette usare ambedue gli arti superiori cercando di impugnarlo al meglio per bilanciarne il peso di oggetto massiccio,e quasi le stava scivolando da quelle sue mani coperte -come ogni volta che si recava in quella casa- da sottili guanti di cucina di colore giallognolo e di misura medium, di quelli adatti a ogni uso, che rimanevano incollati alla pelle, aderenti al massimo, impalpabili.
All’inizio quasi non se ne era accorta, di cosa esattamente le era capitato tra le mani,subito però aveva avuto un gesto di ripulsa come se avesse inavvertitamente toccato un materiale viscido e inerte che non si sarebbe dovuto trovare in quel luogo, ma non si era detta”oddio, no, ma questo mi pare un pugnale, no, no,oddio, che roba..mah, oddio oddio” aveva avuto solo un breve brivido, per via del materiale gelido e compatto, qualcosa che le era parso duro e vibrante,e dal quale ci si doveva allontanare in fretta.lPer un breve attimo intenso- prima di rimetterlo nell’esatto punto al di sotto di quel materassino rivoltato e sprimacciato forse per la prima volta – si mise a osservarlo con attenzione, come soppesandolo: guardandolo bene ci si accorgeva che era uno strumento usabile da ambedue i lati della lama,sembrava una lama double-face- per un istante le vennero alla mente quei coltellini retraibili pronti all’uso che tengono poco spazio e che possono trarre da impacci nella vita in campagna – uno strano oggetto che forse doveva trovare un posto nella casisitica di entità ambigue e multiuso- come certi robot da cucina tuttofare che andavano per la maggiore, si disse incongruamente- uno strumento ascrivibile al pressocchè smisurato panorama di quelle strutture che spesso si presentavano al suo occhio con una forma sfuggente e malefica da giano-bifronte.
Lo spessore della lama non era sottile nel suo complesso, dava un’idea di consistenza opaca ma si andava però come assottigliando sempre più verso il bordo destro rispetto a quella sua impugnatura sporgente e breve, praticamente la parte destra era una filettatura unica, un qualcosa di acuminato e teso che mandava bagliori,mentre l’estremo bordo sulla sinistra era contornato per l’intera sua superfice verticale- fino all’intersecazione con l’impugnatura stessa- da seghettature arcuate e spesse che certo tagliavano ma con altre modalità e in altre occasioni, quelle porzioni sporgenti non dovevano limitarsi a tagliare, scorticavano forse:il taglio usando quella parte di lama non doveva essere un taglio netto, certo le sue erano illazioni, e tutto quello che stava pensando non era veritiero. Nella parte più rientrante e di maggiore spessore sembrava di toccare una superficie oleosa,unta da un che di appicicaticcio e indefinibile,il pugnale  pareva bagnato, rilucidato di recente con un apparecchio smerigliatore, sembrava uscito dall’armaiolo da pochissimo, ancora mai usato, o forse ripulito con estrema accuratezza dopo averne saggiato il filo della lama su qualcosa- le pareva addirittura che proprio di fronte all’entrata di quella abitazione- in uno slargo non troppo esteso che confinava con un giardinetto sguadrato e recintato al limitare di uno spiazzo ghiaiato più ampio e direttamente confinante con l’asfalto della strada provinciale che in quel punto curvava- ci fosse un armamentario a mola e con pedali di legno putrescente che a lei aveva fatto pensare a un macchinario da arrotino ormai in disuso. Magari – si disse tra sè le donna-quel pugnale era stato provato già una prima volta, forse su un animaletto selvatico giunto fin lì – in prossimità di quel gruppo raccolto di case di frazione- dopo avere tentato la fuga attraverso certi vasti appezzamenti non più coltivati,e che intervallavano le propaggini e le porzioni sempre più estese di boschi inselvatichiti e aperti pressocchè tutti i giorni alle battute di caccia di squadre venatorie in tute finto-mimetiche, da rambo militarizzati.
La donna arrivata a quel punto- cercò di dare al pugnale un’ultima occhiata circolare , come se volesse imprimerselo fotograficamente nella mente, e lo tenne di nuovo maldestramente – e con una mano sola- ancora per un lunghissimo istante, osservando questa volta in modo particolare l’impugnatura nera e lucida  che presentava dei risvolti in simil- ottone dorato allo stacco della  base piatta –con  poi   delle volute, delle specie di alette laterali  ai bordi estremi- ;  sul manico del pugnale c’era pure disegnato , anzi finemente cesellato -su una placchetta applicata  sulla sua parte centrale- quello che sembrava un fiore stilizzato (  e che a lei sembrò una riproduzione del giglio- simbolo comunale della signoria fiorentina, chissà perché le venne in mente Dante addirittura, come un flashback, incongruo)- il resto era di un nero specchiato a scacchi quadrangolari, che pareva far rilucere ancora di più la filettatura bilaterale della lama lucente.Di colpo parve diventare  timorosa, e , con un movimento di foga leggermente trattenuta, cercò di riposizionare il pugnale nel punto esatto dove l’aveva rinvenuto, al di sotto di quel materassino che nessuno prima di lei aveva sprimacciato e forse mai lavato,   nell’angolo a sinistra di quella lunga panca di legno di una tonalità molto chiara e che si trovava a occupare pressocchè totalmente una della pareti di quella cucina fumosa e eternamente tenuta all’oscuro da ogni spiraglio luminoso – anche di luce naturale- per via delle imposte chiuse anche in pieno giorno e strette contro certe  grate metalliche di spessore massiccio e mal ritinteggiate di un nero opaco, che fronteggiavano quei vetri che la donna aveva così difficoltà a tenere puliti, anche perchè i due lati estremi della panca occupavano ambedue ben più della metà dello spazio prospiciente i davanzali  delle due finestre inchiavardate .
Dopo avere riinfilato quel pugnale dal manico tozzo e verniciato di nero nella sua guaina di cuoio,  si assicurò di fermare anche la parte superiore al sistema di abbottonatura- anche esso di  rigido cuoio marrone scuro- chiudendolo anche con l’ausilio di un legaccio un po’ sfilacciato, forse il residuo di un nastro di seta di color rosa pallido.Una volta fatto questo, con meticolosità estrema coprì il pugnale con un pezzo di cartone- forse strappato a una scatola contenente calzature -a sua volta  immerso in un groviglio fatto di numerosi filamenti di lanugine formati dalla polvere accumulata, e da legacci e piccoli spaghi estremamente logori :quando- rivoltando il materassino- aveva scorto il pugnale lei aveva cercato di memorizzare tutto quello che l’occultava sia pure malamente, le era subito parso di essersi imbattuta in qualcosa di malsano e che esigeva tutta la sua  attenzione -e alla fine ricoperse il tutto con dei fazzolettini di carta appallottolati
 “Stai perdendo troppo tempo. su su, datti da fare.. lo sai, no, guarda quanti minuti hai perso .. è meglio che non sfori l’orario. sai già come andrebbe a finire, tutte quelle questioni miserabili, quei
tormenti…  uffa … muoviti, sei sempre la solita!”
 Bruna- questo era il nome della donna delle pulizie-sembrò masticare queste parole tra sè, un biascichio assorto, neppure una persona vicinissima  a lei avrebbe potuto comprendere esattamente ciò che stava
 dicendo mentre nel contempo si torceva- fin quasi a lacerarli, data l’estrema delicatezza del materiale viscoso-quei suoi guanti sottilissimi da lavoro per cercare di riposizionarli  nel modo più aderente possibile alle dita e alla conformazione delle sue belle mani: dopo quell’esame accurato del pugnale,quelle manipolazioni torbide con un oggetto mai visto, aveva l’impressione che i guanti le si fossero
allentati addosso sia pur di poco, forse per via di quegli ultimi gesti scomposti con cui aveva cercato di riposizionare quel materiale freddo e levigato nell’identico punto dell’angolo dove lo aveva trovato. I guanti da lavoro le dovevano continuare a dare lasensazione di essere una sua seconda pelle, non doveva esserci nessuna piega o nodulo grinzoso, li avrebbe sentiti, le avrebbero dato fastidio, mentre detergeva i vari ripiani o torceva il panno da pavimento.
Fin dalla prima volta che si era trovata in quello stanzone ampio e dal pavimento leggermente in pendenza- come fosse stato riattato malamente più volte e in tempi diversi-era arrivata alla ferrea convinzione che i suoi movimenti e i suoi gesti per essere produttivi dovevano essere esattamente protocollati .
 Era per via di questa argomentata convinzione che  iniziava quelle sue due ore di pulizia settimanale partendo da uno degli angoli estremi della cucina- era forse l’angolo più a nord della casa, ma non ne era sicura- per poi procedere progressivamente anche nelle altre stanze.
La prima operazione consisteva nello sgrasso minuzioso delle listarelle di legno, a grandi bande verticalizzate. che ricoprivano pressocchè totalmente dal pavimento al soffitto- due delle pareti  lasciando invece libere quelle altre due , quella dove si trovavano il frigorifero, l’acquaio e la cucina a gas, e quella che risultava occupata interamente e a fil di muro- per guadagnare spazio nella parte centrale – da quella panca rustica dagli spigoli duri e respingenti, con quel filo rasposo-  appeso direttamente  al di sopra e lungo l’intera lunghezza del manufatto artigianale- e sul quale stavano ad asciugare dei giacconi o delle camicie da uomo, che –almeno fino a quando lei non apriva le imposte solitamente chiuse- nell’ombra livida dello stanzone le davano l’impressione di manichini di impiccati ondeggianti, sospinti come erano quei capi di abbigliamento su grucce di plastica da un soffio continuo determinato da una sorta di ventola di aerazione che era in vicinanza di una delle due finestre e che non sembrava potersi mai fermare, in perenne scricchiolante ondulazione anche se l’aria era del tutto immobile.

Pur mantenendo la coordinazione esatta dei gesti e del programma di lavoro,
anche in quella giornata particolare sistemati i primi due lati Bruna fece anche quella volta un intervallo, aprì la porta d’entrata chiusa oltre che con il chiavistello con unsistema di sicurezza a asta metallica- il sistema tipico di vecchie cascine e abitazioni rurali- per portare all’esterno- e poi batterlo- lo zerbino che era alla base della scalinata dai gradini di pietra¬ che ,attraverso tre rampe e tre pianerottoli a lastre quadrangolari rosso sangue (quando ci ripensava, a quel colore, Bruna
richiamava alla mente una tonalità pompeiana, il rosso vescica,il colore del
sanguinaccio)portava alle stanze dei due piani superiori.
Aveva sempre un po’ di timore nell’aprire la porta principale, ma era costretta a farlo anche per fare entrare un po’ d’aria in quelle stanze asfittiche e forzatamente tenute in un’oscurita che sapeva di torbido, e di viscido.
 Rimase per un po’.  nervosamente, sulla soglia che immetteva su un sopralzo lastricato che rappresentava un limite divisorio rispetto al resto dello spazio di terra battuta che circondava quella proprietù dall’aspetto trascurato: non c’era nessuno nello spazio antistante, dove  ci si poteva sempre arrischiare di imbattersi con uno dei fratelli del suo datore di lavoro, o con la moglie di quello maggiore di età,sempre indaffarata a entrare e uscire dalla sua casa, che era poi l’altra porzione della casa genitoriale dopo la suddivisione.  Non si sentivano voci provenire dalle  abitazioni limitrofe ,nessun automezzo si sentiva arrivare  dai due sensi della carr,eggiata.-che costituiva una strada di passaggio tra due differenti provincie- Non c’era nessuno, solo  si sentiva in lontananza un rumore a scatti, quello ansante di un motore di trattore , forse c’era qualcuno che stava facendo qualcosa su qualcuna delle pendici erte nelle immediate vicinanze, attorno si potevano vedere certi scoscendimenti, certi saliscendi tutti a curve di terreni ancora coltivati.
Nonostante quel silenzio, Bruna rabbrividì; anche il silenzio di quei posti, di quell’abitazione le cominciava a parere abnorme, manipolato, il residuo artificioso e costruito ad arte di un perenne  trapestio lugubre di persone appostate dietro alle porte malchiuse  di certe stanze piene di suppellettili e fiori di plastica dalla strana- quasi mostruosa- conformazione, davanti alle foto di famiglia  messe li come se si trattasse di ex-voto  sacri, ma ammonitori e barbarici, icone di odio malsano sotto l’aspetto di riconoscenti e addolorate testimonianze di caldi affetti. In quelle mille stanze che parevano vuote
aleggiava un che di tribale, da ogni oggetto o apparato di arredamento tracimava  un senso di avvertimento, una tremenda ammonizione vuota per occhi ciechi. ; e di nuovo Bruna rabbrividì…

 
 
    
 

 

 

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Una Risposta

  1. ringrazio per l’apprezzamento: abdensarly

    un saluto

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