SOTTO GLI OSSESSIVI IRIDATI CIELI- recensione di AUGUSTO BENEMEGLIO( 5-6-7)


5.Ai limiti estremi della poesia

Dal più volte richiamato roman-surreal-ermetismo-baroccheggiante, che parte da lontano,da Novalis a Poe, fino a Rimbaud e Mallarmè, Dominique continua il proprio cammino, sceglie il proprio difficile sentiero, in cerca della “rivelazione”, e lo fa con spirito aristocratico (“Bisogna essere un grande aristocratico come Gesù per essere capaci di grande tenerezza, gentilezza e disinteresse: la tenerezza e la gentilezza del forte”, disse l’ateo Herbert Lawrence ), va oltre se stessa, cosa spingersi ai limiti estremi della poesia,

ai cui orli vede immagini e trasuoni di un mondo che sprofonda nel suo caos originari, e le cose risaltano di nuovo, mostrano la loro magnifica terribile primitiva libertà che hanno le cose quando ti trovi di fronte all’ignoto, alla catastrofe, alle grandi spaccature dell’esistenza, ai pozzi circolari dell’abisso.

…Nei grandi inghiottitoi
il popolo degli abissi
non osava emettere le meditazioni vaste e ingrate,
le figure verbali di un enunciato vuoto
( oh, la astrazione magnifica!).

In Dominique c’è desolazione , funerea , spettrale desolazione ,ma anche quell’ intensità emotiva che richiama un po’ la deformazione dei volti di Bacon, l’occhio affettato di Bunuel , la violenza del Picasso di Guernica , il grido muto del volto di vecchia insanguinato di Ejzenstein, le immagini dissociate di Max Ernst . Sembra che voglia dire che la vita , – dalla nascita alla morte – è una lunga distruzione, ma anche che il bello, l’interessante, l’affascinante comincia dalla tenebra,dall’abisso, dall’orrido , dal terribil, come la pittura di Bacon che infierisce sui corpi che dipinge. Il pennello del grande artista inglese è un bisturi affilato , il colore è grigio, un acido corrosivo capace di piagare ogni epidermide…e tuttavia splendido.
”E,
– protetta dallo splendore improvviso
di un tramonto prolungato e agonizzante-
lei rimase stranamente fredda,
tra tutti quei grigi
puri e brutali-“

6. La parola si fa teatro.

Villa costruisce, con la sua alchimia della parola, un quadro assolutamente autonomo di ambigua e rara suggestività grazie alla sua fantasia illimitata o al suo irreale gioco di sogn. Riesce a trovare e dominare “artisticamente”tutto un suo mondo,un paesaggio poetico,interiore ed esteriore, assai originale con una lingua di misteriosa perfezione. E’ difficile venire fuori dalla sua “selva oscura, un linguaggio magmatico, fisico quasi teatralm ,che occupa la scena in tutto ciò che può manifestarsi ed esprimersi materialmente su uno scenario fatto di parole , che si rivolge in primo luogo ai sensi e diventa poesia dello spazio e del grido infinito.

…Ascoltavo gli echi delle grida
delle mutilazioni,
sotto ossessivi iridati cieli,
di una purpurea luce incidente
magnifica
-come accadeva a fine estate…
In una distesa innaturale
( quasi non di questo mondo)
scomparivano gli ultimi ostinati fiori selvatici,
in un incubo in bianco e nero,
di abissi attraversati da ponti di ferro,
– dall’aspro inumano pur*.
Qualcosa di terribile
( di un crudele manierato fascino)
era in quelle eroiche secche:
orrore, cieli posticci, vasto delirio
( e le notti più grandi
di quanto sia immaginabile,
nell’attimo del pallido grido primordiale)
In quella foresta di simboli,in queste mani oscure dell’oblio, dove ci sono tenebre e grand guignol , neologismi , contrasti tra un accentuato intellettualismo e l’apparente semplicità di espressione, rischi di perderti, anche per la complessità del costrutto , delle sue architetture interiori , della levigatezza e precisione dei suoi meccanismi e del movimento stilistico. Non sempre riesci a tenere il passo, sentire il battito, vedere l’immagine , trovare una chiave di lettura , o un filo di Arianna che ti porti fuori dai labirinti “prima che venga la notte oscura della morte”. Ora siamo arrivati veramente “di là” , oltre la vita , oltre il dominio stesso della schizofrenia, nel vuoto, nel nulla, dove nessun grido spezza il mortale silenzio dell’invincibile notte.

Come prima della prima morte
la notte nasceva dalla notte,
il nemico solenne e claustrale:
nel paralizzarsi dell’aspettativa chiliastica
bisognava sprofondare nel cuore delle tenebre,
nella promessa delle città inabitabili.

7. Sotto gli ossessivi cieli iridati

La magia , l’incantazione , l’orrore e il sortilegio, l’attesa del regno di Cristo sulla terra prima del giudizio finale , non sono solo parole messe lì per costruire versi , ma visioni , immagini, fatti, avvenimenti di una mente che vede l’altrove , cose che non hanno nulla di vago , anzi indicano l’indissolubilità dell’efficacia di un preciso disegno poetico , che va facendosi sempre più maturo , convinto e stratificato in un’autrice come Dominque Villa ,che fa spesso uso, -come Poe,- della deformazione, dei contrasti, delle dissonanze, dell’ossimoro, con cui vengono messi a nudo tutti i principi di un montaggio non rettilineo. Con lei siamo costretti a vorticare nella circolarità di sensazioni e sentimenti che ci fanno sprofondare negli abissi della parola, che diventa in questo caso un gigantesco misterioso danzatore del cielo , come il drago dell’Apocalisse , che nel vasto infinito cosmo delle stelle e dei pianeti si contorce, fa piroette , aggredisce, spasima , e fa nascere la prima danza di fuoco e di smeraldi dell’universo . E dai suoi balzi prodigiosi , in una pura notte stellata , “sotto gli ossessivi cieli iridati”, ecco l’incomparabile terribile meraviglia della poesia.

Roma, 20 dicembre 2014 Augusto Benemeglio

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