ERA INVERNO (2)


Subito si era messa a trafficare nella vecchia stalla risistemata dai muratori serbi, che secondo la sua volontà avevano lasciato immutata nel complesso quella sua struttura in pietra massiccia ripulendone però al meglio le pareti dalle raffazzonate rabberciature di cemento e appianando con l’innesto di altre losanghe massicce il pavimento in ambedue le sue parti laterali, dato che si presentava grezzo e polveroso- di terra battuta- nella sua parte centrale scanalata- per il refluo di acque e delle deiezioni delle bestie lì allevate-rispetto ai due lati, uno dei quali lei lo aveva fin da piccola chiamato “la mangiatoia” per via di quel sopralzo inchiavardato-a mo’ di gradinata e delimitato da un’ asse di quercia ormai smangiata a metà e sopra lav quale faceva ancora bella mostra arrugginito un anello di notevoli dimensioni di quelli a cui un tempo si attaccavano i bovini.
A questo stesso anello molto spesso era stato lo stesso suo padre a tenere legata parecchio tempo addietro- nei suoi periodi di calore- la cagnetta randagia – sbucata fuori allupata chissà da quale mai frazioncina sperduta lì attorno, tra quelle innumerevoli sparpagliate come schegge attorte, quasi fossero esigui frammenti deflagrati in epoche ancestrali -e a casaccio-in quel vasto informe territorio boscoso e irto, di vallette amene e contrafforti aridi che nascondevano smottamenti e calanchi in caduta precipitosa, intervallati da ampi campi inselvatichiti. Nei giorni precedenti anche lei aveva utilizzato quel grosso anello per tenere il vecchio malandato cane in sicurezza nel nuovo ambiente–almeno inizialmente per abituarlo alla diversa sistemazione aveva tentato anche di t enerlo in salotto ma sembrava diventato folle anzi colpito da una improvvisa forma spasmodica che gli aveva quasi reso arcuato e deviato ogni singolo o arto – e attaccandovi una catena molto lunga che gli permettesse di muoversi pressoché per l’intera superficie della ex-stalla- dopotutto il vecchio Sgrifino era l’ultimo rimasto della discendenza di quella sua madre Giuseppina- nera con un allentato ventre bianco e più grande di fattezze di tutti i suoi figli-progenitrice di una multipla imbastardita disseminazione , in Sgrifino esattamente del padre Tiberio – un bel cane che si sarebbe potuto definire appartenente a una sotto classedella razza dei pastori bergamaschi e di cui si poteva riconoscere qualcosa solo nei suoi occhi dal taglio molto allungato – dorati emolto espressivi- e che però si andavano opacizzando biancastri e ridotti a una stretta fessura tra le palpebre che parevano anch’essesmottare molli senza più sostegno…Lavorò per circa un’ora in quello stanzone dal soffitto basso e intervallato da tre grosse travi principali e da una griglia di altre di spessore inferiore che sia pure potessero considerarsi ancora in buono stato contribuivano a procurarle una disagevole sensazione di oppressione anzi più esattamente di accerchiamento malsano, dato che – visto il non diminuito livello di essudazione polverosa che scaturiva immediatamente anche dai più leggeri colpetti di scopa( lei in realtà aveva pensato che un lavoro di risistemazione fatto a regola d’arte avrebbe dovuto prevedere una idropulitura . una totale eliminazione di questo problema) le sembrava che microparticelle esalassero da quel l’impiantito, da tutte quelle sconnessure tra pietra e pietra, da ogni anfratto sia pure occluso , da tutti quegli elementi massivi inerti e terribilmente porosi: evaporava sì evaporava da quella struttura stolida di pietre di informi piloni storti e muretti di mattoni grezzi (a sostenere travi che lei aveva la ferma intenzione di riportare all’antico splendore) evaporava anzi tracimava in modo subliminale un’aria di inesausto corrompimento millesimale, non poteva starsene dentro troppo a lungo, le pareva di avere a che fare con un invisibile roteare di polveri sottili. Stranamente le parve che la parte più rappresentativa. più simbolica della intera abitazione fosse proprio quello spazio pietroso . asfittico, che anche i vecchi proprietari avevano cercato vanamente di inchiavardare, di sostenere attraverso quelle pietre di spessore inusitato che contornavano l’architrave possente dell’entrata , tra quelle stranissime spezzate angolature – sull’estremo angolo sinistro vi era il vano murato di una porta di comunicazione- necessitate dai limiti proprietari di parenti che avevano suddiviso un’ antica originaria abitazione di consanguinei.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: