THE INFINITE JEST di David Foster Wallace


“Lenz indossa un cappotto di lana pettinata e i pantaloni scuri e i mocassini Brasiliani lucidati al massimo e una parrucca che lo fa assomigliare a un Andy Wharol abbronzato. Bruce Green indossa una brutta giacca di scadente pelle dura che scricchiola quando respira.  ” E’ come quando , amico, è come quando capisci qual è il tuo vero carattere, è come quando uno la punta contro di te e qualcuno, un Portoricano del cazzo con gli occhi di fuori, è a cinque metri da te e te la punta contro, e io stranamente io divento proprio calmo, capisci,e dicevo, io dicevo, ehi Pepito, dicevo, ehi Pepito amico vai avanti e fai quello che devi fare, amico, spara, ma sarà meglio per te seccarmi subito, ti conviene ammazzarmi subito al primo colpo o non ce la farai a spararne un altro.  Non dico stronzate, amico, dico sul serio, son sicuro di quello che sto dicendo. Capisci quello che voglio dire?” Green accende tutte e due le loro sigarette, Lenz espira con quel sibilo della gente che ha fretta di giungere al punto: “Capisci quello che voglio dire?” “Non lo so” . E’ una sera urbana di novembre: cadono le ultime foglie, l’erba è una peluria grigia, i cespugli sono secchi, gli alberi spogli: anche la luna appena sorta sembra sentirsi male. Si sente il click dei mocassini di Lenz e il colpo sordo dei vecchi stivaletti da asfaltatore di Green, con la suola nera e spessa. I rumorini di assenso e attenzione di Green : dice che la vita lo ha spezzato, è tutto quello che personalmente ha da dire, Green: la vita l’ha preso a calci in culo. e ora sta cercando di rimettersi in piedi. A Lenz piace Green, e sente sempre quel leggero senso di paura che gli si attacca addosso ogni volta che gli piace qualcuno: è come se qualcosa di terribile stia per succedere da un momento all’altro.”

 Il breve brano che riporto è tratto dal fluviale romanzo “THE INFINITE JEST”, a opera dello scrittore americano DAVID FOSTER WALLACE (1962-2008) un’opera complessa, pluristratificata, con uno stile narrativo pure esso su molteplici registri, dal logorroico, al tremendamente freddo e burocratico, dal saggistico e magari elencatorio al descrittivo algido e tecnicista, e subliminalmente ( non sempre leggibile nell’immediatezza, ma spesso ricoprente come una colla abrasiva e tornante a galla come detrito in punti inaspettati, in contesti irrazionali) dolentemente partecipato e “vissuto”.

THE INFINITE JEST ( ovvero “lo scherzo infinito” titolo anche  di una cartuccia da intrattenimento di quelle da vedere e rivedere sui monitor dominanti come feticci in ogni stanza, di un film d’avanguardia – dai pericolosi e mortali effetti di irretimento ipnotico su qualsivoglia spettatore-dal punto di vista tecnico e contenutistico di LUI IN PERSONA signore Jiim Incandenza, il padre-creatore anche dell’intero sistema cultural/sportivo  per giovani talenti tennistici con possibilità di inserimento nello stretto numero dei top nelle varie categorie a livello mondiale( impianto  perfettamente organizzato in una ambientazione da landa a parte e sconnessa volutamente dal resto della realtà circostante ) film dalla  durata di 90 minuti in  bianco e nero, e  muto tentativo di remake de Lo scherzo infinito, non finito e non visto NON DISTRIBUITO ( e qui si può notare che il film è incompleto come anche questo stesso romanzo). Protagonista di questo fluviale romanzo è una famiglia intera( il padre Jiim, la madre April, i tre figli Orin- campione prima di tennis poi di football, Hal il nuovo talento su cui puntare , Mario il minore gravemente deforme con il suo sprone metallico che lo sostiene in posizione verticale e una struttura apposita -con casco e telecamera incorporata -quando va a fare riprese dei vari incontri  da rivedere milletricamente per perfezionare i colpi e le battute.
In questa struttura “autistica”,  in questo sistema con le parvenze di un college a indirizzo sportivo ( sistema  creato dagli Incandenza  dal nulla e portato burocraticamente avanti in una atmosfera rarefatta e rigidamente parametrata, con protocolli da ottemperare in tutti gli ambiti possibili ) i riflettori si posizionano poi su Hal, il bambino superdotato inizialmente apparso sulla scena come una personalità talmente “avanti e oltre ” in specifiche conoscenze da parere addirittura deviante dal concetto di normalità tenuto presente dai vari college a cui si presenta e da cui viene presto allontanato, di lui si vorrebbe fare un campione, eliminare le sue defaillances, le sue problematicità ( è stato oltretutto proprio  Hal a scoprire in cucina il corpo del padre uccisosi infilando la testa in un forno amicroonde).
In questa ambientazione e con questi personaggi dominanti (ma anche le altre comparse non sono certo da meno, anzi…) ci si agita compulsivamente e nel contempo inani e anaffettivi, come in una bolla artificiosa e plastificata, in una creazione determinata da un vuoto pneumatico e maniacalmente tesa a obiettivi di perfezionamento vincente ( che è poi l’emblema sempre tenuto presente sottotraccia a indicare il mood profondo dell’impero  degli stati uniti, il suo midollo simbolico da concretizzare costi quel che costi, incuranti delle vittime predestinate).
Mentre procede la caratterizzazione dell’ambiente e dei personaggi noi “vediamo” le anse repulsive dei sotterranei mostruosi dove vengono lasciati materiali di deposito,e rifiuti e dove il ragazzo Hal – in un intrico malsano di condutture e sfiatatoi- inizia una sua occultata deriva nell’uso di droghe, mentre nei subdormitori attrezzati per i talenti in erba l’unico cenno di vita è dato dai rumori sempieterni dei  sistemi di aerazione illuminazione climatizzazione, con le luci pulsanti di una serie sterminata di monitor mai spenti. E irrompono apocalittiche e incongrue le abnormi operazioni terroristiche contro gli imperialisti americani da parte  dei ribelli quebechiani che vogliono la secessione e che sono  rimasti sulle  sedie a rotelle dopo certe  prove iniziatiche -fatte  da ragazzi – di attraversamento binari contro i  treni in avvicinamento progressivo. Attorno a questo organizzatissimo sistema-bolla del college proliferano unicamente paesaggi urbani e notturni, periferie di lumpen e criminali e,  in sacche scalcinate lontanissime dai centri più ricchi, i centri di recupero e di autoaiuto per ogni settore di devianza e di abuso ( ad esempio le enney house per le persone drogate) tenuti da persone che ne sono uscite ,e con tutti  i conciliaboli rivelatori di personalità border-line se non proprio malate – e sempre con una diversa gradazione di devianza e con sul fondo tendenze criminogene sempre lì lì per germinare, con racconti logorroici di tragedie familiari e di rapporti o di disaffezione o di torture emotive che determinano cicatrici suppuranti alla fine deflagranti per lo più con modalità abnormi e eclatanti.
La narrazione si fa quasi confusa, con storie intrecciate che paiono senza rapporti tra di loro,  riprese e abbandoni tematici, , ma sempre impeversa il disagio, il cercare invano un supporto a situazioni di alienazione, dipendenza e ottundimento sensoriale , mentre i tentativi delle azioni terroristiche diventano sempre più abnormi e surreali e nel medesimo tempo ambiguamente plausibili.
Il romanzo non termina, ma non mi è parso affatto incompiuto: lo potrei definire un libro-cattedrale, un’opera avveniristica ma anche tremendamente- e dolentemente- realistica, beninteso nel senso più alto che si dovrebbe dare al termine “realistico”, con in sovrappiù cioè la capacità di vedere oltre, magari portando a galla visioni oscurate invece – e tradizionalmente e banalmente-da un riduzionismo puramente esteriore e pedissequo  del caos magmatico che si cerca di chiamare invano “realtà”, forse per acquietare artificiosamente gli esseri umani, rimettendoli in un quieto vivere questo sì alieno: insomma un’opera nel complesso ”perturbante”, e nell’accezione più positiva.

VILLA DOMINICA BALBINOT

questo è il mio personalissimoo omaggio al cuore. alla mente e ai talenti- ormai perduti per sempre- di D.F.WALLACE

Riprosizione di questo mio articolo pubblicato su blog collettivoVDBD il 23-07-2010

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