UN CASO TERRIBILE-ETHAN FROME ( Repost)


“Questa storia l’ho ricostruita pezzetto per pezzetto dai racconti di diverse persone, sebbene, come accade di norma in simili casi, da ogni bocca uscisse in modo diverso.
Se conoscete Strakfield, nel Massachusetts, conoscete anche l’ufficio postalr. Se conoscete l’ufficio postale, avete certamente visto Ethan Frome arrivare con il suo calessino, abbandonare le redini sulla groppa concava del suo baio, e attraversare faticosamente la strada lastricata di mattoni per raggiungere il colonnato bianco della posta; e certamente vi siete informati sul suo conto.
Fu là che, parecchi anni fa, lo vidi per la prima volta; e quella vista mi fece fermare di colpo. Frome era ancora il personaggio più interessante di Strarkfield, sebbene non fosse ormai che un rudere di uomo.  Non era tanto la sua statura , perché quasi tutti gli “indigeni” spiccavano a prima vista tra le razza forestiere più tozze proprio per la loro altezza dinoccolata ; era piuttosto quel suo aspetto naturalmente vigoroso, nonostante fosse talmente zoppo

che, a ogni passo, sembrava che una catena legata ai piedi lo trattenesse di colpo… Aveva nel volto qualcosa di desolato e di chiuso e appariva così rigido e bianco che lo avevo preso per un vecchio, al punto che, quando mi dissero che non aveva più di cinquantadue anni, rimasi stupito.”

“Quando entrai nella cucina di Frome la voce querula e monotona tacque; delle due donne che vi stavano sedute non potei capire quale fosse stata a parlare.
Una di loro, al mio apparire, alzò la lunga persona ossuta dalla sedia, non per accogliermi, perché non mi lanciò che una rapida occhiata di sorpresa, ma semplicemente per andare a preparare il pasto che l’assenza di Frome aveva fatto ritardare..Un grembiulone sbrindellato di cotonina le pendeva addosso; le ciocche dei radi capelli grigi erano tirate indietro sulla sua fronte alta e fermate sulla nuca con un pettinino rotto. Aveva occhi pallidi e opachi., che non rivelavano e non riflettevano nulla, e le sue labbra strette avevano lo stesso colore terreo del viso.
L’altra donna era molto più piccola e esile.Sedeva raggomitolata in una poltrona vicino alla stufa e, quando entrai, voltò rapidamente il capo verso di me, senza che il resto del corpo facesse il minimo movimento riflesso.Aveva i capelli grigi come quelli della sua compagna , il viso altrettanto esangue e avvizzito, ma ambrato con ombre scure che le affilavano il naso e le infossavano le tempie.Sotto l’abito senza forma, il suo corpo manteneva una immobilità inerte e gli occhi scuri avevano quella fissità lucida e stregata , che, a volte, accompagna le malattie della spina dorsale.
Anche per una casa di quella regione misera , la cucina aveva un aspetto molto squallido..A eccezione della poltrona occupata dalla donna degli occhi scuri , che sembrava il relitto sudicio di un passato splendore, acquistato in qualche asta di paese, il mobilio era di qualità ordinarissimi. Tre piatti di porcellana rozza e una lattiera dal beccuccio rotto erano posati sul tavolo unto e tagliuzzato.
Contro le pareti a calce, erano appoggiate soltanto due sedie di paglia e una credenza di pino senza vernice.
“”Mamma mia, che freddo fa qui dentro! Il fuoco deve essere quasi spento!, disse Frome, guardandosi attorno con aria contrita, mentre mi seguiva nella stanza.
La donna alta, che si era allontanata da noi per dirigersi verso la credenza , non gli badò, ma l’altra, dalla sua nicchia di cuscini, rispose lamentosamente, con voce sottile e acuta:”E? stato acceso in questo momento.Zeena si è addormentata e ha dormito tanto che credevo di finire congelata prima di riuscire a svegliarla per farglielo attizzare”
Allora capiì che era stata lei a parlare prima che noi entrassimo.
La sua compagna , che si stava riavvicinando al tavolo con i resti di un pasticcio freddo di carne tritata, serviti su un piatto malconcio , depose il suo carico poco appettitoso senza dare a vedere di avere sentito l’accusa.
Frome si fermò con aria incerta, mentre la donna avanzava verso di lui; poi, guardandomi, disse:”Questa è mia moglie, la signora Frome2.E dopo un altro silenzio, volgendosi verso la figura seduta in poltrona, aggiunse:”E questa è la signorina Mattie Silver…”

Tutti e due queste brani ( si tratta dell’incipit, e della conclusione) sono estratti dal racconto “Un caso terribile Ethan Frome” (libro pubblicato nel 1911) opera – tra le sue molteplici-della scrittrice americana Edith Wharton ( 1862-1937) , autrice unanimamente nota per una serie di libri aventi come protagonisti persone facenti parte dell’ambiente aristocratico americano, e come trama storie ambientate perlopiù nel periodo storico tra la fine della guerra civile e la prima guerra mondiale, e in particolare negli anni in cui si stava per disgregare la cosiddetta “età dell’oro” per l’arrivo sulla scena sociale di una nuova classe di arricchiti che incombono con la loro avidità “volgare”( uno dei suoi libri più rappresentativi è “L’età della innocenza”).
Avendo letto altre sue opere ambientate in un ristretto ambito sociale dominato da questa elite aristocratica -per censo e educazione-( storie scritte oltretutto dall’interno, essendo la stessa Edith Wharton parte per via di nascita di quell’establishment di cui osa criticare l’eccesso di convenzioni che bloccano in particolare le scelte sentimentali) questo libro è stata per me una vera sorpresa, inizialmente proprio per via della diversa ambientazione, che più differente rispetto alle solite aspettative non avrebbe potuto essere.
Questa breve storia è ambientata infatti in un paesino dal nome inventato- Starkfield- ma situato nel New England, in una zona rurale, per di più durante un gelido inverno.
Il protagonista che fin dalle prime righe inizia a spiccare in un panorama desolato e silenzioso è appunto Ethan Frome, proprietario di una segheria in cattive acque e sposato quasi per obbligo morale alla donna che aveva accudito i suoi vecchi genitori. Poiché Zeena Frome è malata di una qualche malattia non bene definita lei stessa chiama a servizio una sua lontana parente decaduta, in cambio di vitto e alloggio. E sarà proprio questa donna giovane a scompaginare un ambito famigliare già desolato e senza slanci.
Si tratta di una trama essenziale, scarna come lo stesso paesaggio rurale, scarna come il linguaggio usato dai tre personaggi, per lo più secco e sommario, non c’è nessuna cosa in sovrappiù , niente di esornativo, nessun abbellimento nè di alcun genere, sembra esserci solo la crudezza di rapporti dai quali non si può neppure tentare di fuggire: se in qualche miserabile modo lo si tenta, il “terribile”- quel terribile riportato nel titolo stesso- subito e inevitabilmente si concretizza inevitabile, raggiungendo i toni e lo sviluppo proprii di una tragedia greca. C’è ben presto ( o forse ha cominciato a determinarsi sin da subito, germinato su una sorta di terreno preparatorio formatosi a partire dagli avvenimenti precedenti) l’irrompere del fato, lo direi un fato atavico e irrimedibile: certo tutti i fati hanno in sè qualcosa di primitivo, di ancestrale ma a mio parere ciò sembra ancora più vero in un ambiente rurale, dove i rapporti umani- e lo si vede benissimo in questo racconto- sono ridotti ai minimi termini, finalizzati – come paiono essere, e necessariamente -alla scelta privilegiata di ragioni di sopravvivenza elementare e di sussistenza materiale.
Questo racconto a me pare un autentico capolavoro, sia dal punto della resa stilistica -ottenuta con una scelta di asciutezza di narrazione – sia per l’estrema aderenza psicologica dei tre protagonisti: all’isolamento dei luoghi- duri perchè rurali e duri per via del gelo – fa da contrappunto una sorta di desolazione morale dei personaggi, magistralmente descritti: l’ottusità rapace e livida di Zeena Frome, la fatale irrisolutezza di Ethan, la drammatica ingenuità della giovane Maggie, che farà deflagrare la trama fino al dramma, poi riassorbito alla fine, sì luttuosamente e per cause di forza maggiore, ma mantenendo sul fondo un freddo e perfino malsano livore, che mi costringe a usare la terminologia di possibile”raffinata crudeltà in ambiente rurale”.
[ Mi verrebbe da fare un’ultima osservazione: anche negli altri famosi romanzi di Edith Wharton -che parlano di alta società e di aristocrazia , e che quindi sono antitetici a questo racconto per via dell’ambientazione – sono ravvisabili nella trama e nei personaggi aspetti rapportabili al tema della rinuncia ( a cui si è costretti dall’opprimente forza delle convenzioni sociali) e della successiva “espiazione”]

VILLA DOMINICA BALBINOT

Articolo comparso sul blog collettivo VIADELLEBELLEDONNE il 23-9-2009

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