” IL CAPRO ESPIATORIO” di AUGUST STRINBERG ( Repost)


” A nord di Holaveden , in una zona montagnosa, una piccola città sta sul fondo di una vallata; i monti dintorno la cingono come una muraglia, sicchè il sole sorge più tardi e tramonta prima di quanto dovrebbe. La muraglia non è però così alta da opprimere la città, anzi fa da barriera e la protegge dai venti, così vi regna sempre la calma. Le montagne sono spoglie, il paesaggio nudo, ma attraverso la città scorre un piccolo fiume con ontani alti e con giunchi, perciò i proprietari dei terreni che lo costeggiano possono stare seduti sui loro pontili, in piccoli padiglioni, a godersi il verde e l’acqua che scorre.
La città aveva avuto un tempo uno stabilimento termale famoso, e c’è ancora un padiglione con le pareti ricoperte di stampelle e bastoni appesi, memoria di cure riuscite. L’acqua è efficace come lo era prima, il farmacista l’analizza ogni anno, ma nessuno ne fa uso, giacchè più nessuno crede ormai nei suoi effetti.
Pensionati in età avanzata, vedove e malati hanno invece scoperto la piccola città senza ferrovia,

dove hanno la possibilità di nascondersi con i loro malanni e le loro ferite, preparandosi per l’ultimo viaggio. Siedono sulle panchine verdi nei giardini pubblici, non vogliono far conoscenze; alcuni fanno disegni sulla sabbia con bastoni e ombrelli, il naso verso terra, come se scrivessero la propria storia; altri siedono a testa alta guardando oltre le persone e le cime degli alberi, come se avessero già lasciato questa vita e vivessero dall’altra parte.Alcuni invece restano a casa e non escono mai; siedono invece davanti agli specchietti della finestra in cui vedono tutto tranne che se stessi; costoro leggono molti giornali, si frequentano e ricevono visite; quando leggono gli annunci funebri, prestano attenzione all’età del defunto; perdinci, aveva ottant’anni, io ne ho soltanto settantadue, si può sentir dire!”

Il referendario straordinario della Corte di Appello Libotz aveva svolto le sue mansioni nella Corte di Appello, ma si era subito accorto di non essere gradito.Irreprensibile, puntuale e capace non riusciva lo stesso a conquistare superiori o colleghi. Se ciò dipendesse dalla sua origine straniera, non è dato sapere, era il suo aspetto, piuttosto, giacchè nel portamento e nel viso gli si leggeva scritta una sorte certa. Era condannato a soffrire per sè e per gli altri; e la gente avvertiva come una specie d’impellente dovere di contribuire al compimento del suo destino facendolo soffrire. Già a scuola era angariato dai compagni e dagli insegnanti, e allorchè se ne lagnava con suo padre e sua madre veniva sgridato: proprio lui, che aveva subito il torto.E i suoi capelli, lunghi e ricci, invitavano in special modo a strapazzarglieli, e un maestro biondo aveva preso in tale odio quei capelli da non poter passare davanti al ragazzo senza cercare un pretesto per maltrattarlo. Il ragazzo non piangeva mai, e questo dava ancora più fastidio all’insegnante. Un giorno aveva la mano piena di capelli neri, e non sapeva dove gettarli, aprì gli sportellini della stufa di maiolica e ci gettò dentro la ciocca, ma quel giorno soffiava un vento forte, e il vento entrò dal fumaiolo, sbuffando così di nuovo fuori, e per terra, quel ciuffo di capelli.Allora successe qualcosa di strano con il maestro; costui sparì nello spogliatoio, ne riuscì con gli occhi umidi di pianto, cominciò a parlare al ragazzo in modo gentile, ma dopo un attimo lo riacchiappò di nuovo con i capelli, scoppiò a piangere e se ne andò dall’aula. Doveva maltrattare questo bambino. Due anni dopo questo maestro si impiccò.
Ma al ragazzo era toccato di scoprire per tempo il proprio destino, giacchè aveva smesso presto di lamentarsi; diventò taciturno e cupo.Nei momenti liberi aiutava il padre in bottega, o, piuttosto, nel suo magazzino. Là doveva tagliare le merci avariate con quelle di qualità migliore.Il caffè danneggiato dall’acqua bisognava venderlo, e perciò occorreva miscelarlo di nascosto con quello buono.La lana doveva essere mischiata con il cotone, il tabacco con i fondi di caffè, ai sigari peggiori bisognava applicare un prezzo alto per migliorarne il sapore e così via. Qualche volta lo lasciavano al banco, e allora imparava quali clienti si potevano ingannare, e con quali non ci si poteva azzardare; ai bambini occorreva dar sempre una moneta falsa di resto, e mentre si conversava con le cameriere si doveva aggiustare il piatto della bilancia con il pollice. Più difficile di tutto per il ragazzo era falsare il peso, poichè il piatto della bilancia l’aveva visto in pretura, oro su fondo bianco, con una spada sopra, e questo indicava la giustizia. Questa fu la sua educazione. Un giorno, allorchè si rese conto in quale meschinità vivesse, prese con sè una corda, andò in soffitta e s’impiccò; la sua mancanza fu notata, fu scoperto e rianimato, ma prese le botte per otto giorni di fila. Da allora in poi fu esonerato dal lavoro in bottega, si mise a studiare e prese la maturità. Poi le cose andarono un po’ meglio, e il padre decise che doveva fare giurisprudenza. Tutta la gente disonesta è attratta dalla giustizia; ama le leggi nella misura in cui queste possono proteggerla dalle incriminazioni:analogamente, qualcuno ha enunciato il paradosso che chi sceglie di seguire la vocazione di fare il giudice ha una certa simpatia per lo scanno, a causa d’un timore innato per il banco del reo.
Edvard Libotz si laureò in giurisprudenza. cercò lavoro nei tribunali municipali e nelle corti di appello, ma non apparteneva a quell’ovile. Il bisogno lo costrinse così a diventare avvocato, e con una somma davvero esigua affittò un appartamento di due stanze, ordinò una targa, comprò dei mobili e diventò un avvocato in quella piccola città nascosta.”

Questi due brani sono tratti dal “Il CAPRO ESPIATORIO” opera ( è definibile come un racconto lungo)dell’autore svedese August Strinberg pubblicata nell’anno 1906. Il primo brano è esattamente l’incipit, e le prime righe servono da ambientazione, rappresentando la cittadina che farà da sfondo alle vicissitudini del protagonista di nome Libotz, che comincia a essere ben delineato immediatamente nel secondo brano proposto subito dopo.
Questi due brevi estratti a me sembra preparino bene il terreno allo sviluppo successivo del verificarsi dei fatti che – all’inizio minimali- vengono poi a determinarsi con un che di progressivo e obbligato – quasi una valanga, un fenomeno naturale a cui ci si può solo rassegnare- determinando alla fine un che di fatale attorno alla figura del protagonista, l’avvocato Libotz, già referendario straordinario alla corte di appello, poi degradatosi a svolgere perfino attività di recupero crediti, e anche accusato e condannato per colpa inesistente, perchè chiamato in causa dal suo stesso scrivano reo di non tenere i registri secondo le regole.
Terribili ( ma visto l’inizio che appunto ho cercato di evidenziare postando questi specifici brani iniziali , potrei dire quasi inevitabili) ritornano i rapporti familiari con il padre- una figura fondamentale, che colpevolizza il figlio della sua stessa caduta economica e fisica, in modo perfino morboso, insistendo in questo suo atteggiamento anche nell’ospizio dove solo il figlio lo va a trovare, e anche il fratello, che lo cita in giudizio dopo che Libtoz si è rifiutato di aiutarlo in una contesa con un barone, poichè l’osservanza del diritto non glielo permette e oltretutto era lo stesso fratello a non essere nel giusto.
Ma non solo le cose peggiorano maniacalmente giorno per giorno, azione per azione- nonostante lui faccia di tutto per seguire norme di comportamento sociali e le leggi, tutte le leggi- ma puntualmente non riesce a avere alcuna concretizzazione il suo unico tentativo di legarsi sentimentalmente con una donna , con l’intenzione di formare una propria famiglia: e il capitolo in cui viene descritto un giorno di vacanza tra i due promessi sposi in cui le cose sembrano prepararsi a una risoluzione finale positiva, per poi voltolarsi su se stesse causando invece una rottura irreparabile-l’ho trovato scritto magistralmente, capace di rendere , tra silenzi, dinieghi, improvvisi recuperi e mostruosi fraintendimenti, tutta la difficoltà della comunicazione umana in genere, non solo di quella sentimentale.E sarebbe bastato questo specifico capitolo per considerare questo racconto meritevole, davvero, per la finezza psicologica con cui vengono rappresentati questi due improbabili fidanzati, che alla fine rimangono davvero impressi, come del resto il protagonista Libotz nella sua totalità.
Ho letto questo libro – nella sua introduzione definito da Anna Maria Segala una “tragicommedia esistenziale con forti richiami a Kierkegaard ” -casualmente, andando a cercare tra libri non ancora letti e perchè attratta dal titolo, pure avendo già avuto modo di leggere parecchie altre opere di Strindberg colpita inizialmente da alcune opere a carattere fortemente autobiografico- e dove era già presente il tema qui dominante del reietto e dell’escluso- ma davvero mi viene da dire che questo l’ho aprezzato tantissimo, è stata una sorpresa, anche perchè mi è sembrato modernissimo.

V+ILLA DOMINICA BALBINOT

Articolo pubblicato sul blog collettivo Viadellebelledonne il 27 -10-2008

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