LE BENEVOLE di Jonathan Littell


Fratelli umani, lasciate che vi racconti com’è andata. Non siamo tuoi fratelli, ribatterete voi, e non vogliamo saperlo. Ed è ben vero che si tratta di una storia cupa, ma anche edificante, un vero racconto morale, ve l’assicuro. Rischia di essere un po’ lungo, in fondo sono successe tante cose, ma se per caso non andate troppo di fretta, con un po’ di fortuna troverete il tempo. E poi vi riguarda: vedrete che vi riguarda. Non dovete credere che cerchi di convincervi di qualcosa: in fondo , come la pensate è affar vostro. Se mi sono deciso a scrivere, dopo tutti questi anni, è per mettere le cose in chiaro per me stesso, non per voi. A lungo uno striscia su questa terra come un bruco, nell’attesa della diafana e splendente farfalla che porta in sè. E poi il tempo passa, la ninfosi non arriva, rimani larva, desolante constatazione , ma che farci?….”( sezione iniziale intitolata La TOCCATA)

E così tornai a Jatigorsk dove mi assegnarono un alloggio un po’ fuori dal centro, ai piedi del Maluk, in un sanatorio nella parte alta della città: avevo un portafinestra e un balconcino da cui vedevo la lunga cresta pelata della Gorjacaja Goraon, il suo padiglione cinese e qualche albero, e poi la pianura e dietro i vulcani come quinte nella nebbia. Voltandomi e piegandomi all’indietro, potevo scorgere al di sopra del tetto un angolo del Macuk, attraversato da una nuvola che sembrava avanzare quasi alla mia altezza. Durante la notte aveva piovuto e l’aria sapeva di buono e di fresco.
Dopo essere passato all’aok per presentarmi all’IC, l’Oberst von Gilsa, e ai suoi colleghi , uscii a fare quattro passi.
Dal centro sale un lungo viale lastricato che segue il fianco del massiccio: bisogna superare, dietro il monumento a Lenin, qualche largo e ripido gradino, poi, dopo alcune fontane, tra file di giovani querce e abeti profumati, il pendio si fa più dolce. Lasciai alla mia sinistra il sanatorio Lermontov, dove stavano Von Kleist e il suo Stato maggiore; i miei alloggi si trovavano un po’ più indietro, in un’ala separata, proprio contro la montagna, ora quasi del tutto nascosta dalle nuvole. Più in alto, il viale diventava una strada che gira intorno al Macuk per collegare una serie di sanatori; lì tagliai verso un piccolo padiglione chiamato l’Arpa eolia, da cui si gode un’ampia vista sulla pianura meridionale, disseminata di protuberanze irreali, un vulcano poi un altro e un altro ancora, spenti, tranquilli.
Sulla destra , il sole faceva scintillare i tetti di lamiera di case disseminate in una fitta vegetazione; e più oltre, in fondo, le nubi si riformavano, nascondendo i massicci del Caucaso: Alle mie spalle si levò una voce allegra:” Aue!. E’ molto che è qui?” Mi voltai: Voss avanzava sorridendo sotto gli alberi.

…I Russi si erano allontanati. Sul viale mi venivano incontro trottando un elefantino, seguito da tre scimpanzè e da un ocelot. Aggirarono i corpi e attraversarono il ponte senza rallentare l’andatura, lasciandomi solo. Ero febbrile, la mia mente andava in frantumi. Ma ricordo ancora perfettamente i due corpi sdaraiati uno sull’altro nelle pozzanghere, sulla passerella gli animali che si allontanavano. Ero triste, ma senza sapere bene perchè. Sentivo all’improvviso tutto il peso del passato, del dolore della vita e della memoria inalterabile, restavo solo con l’ippopotamo agonizzante, qualche struzzo e i cadaveri, solo con il tempo e la tristezza e la sofferenza del ricordo, la crudeltà della mia esistenza e della mia morte ancora da venire. Le Benevole aevano ritrovato le mie tracce. ( conclusione- sezione finale GIGA)

Questo libro – di cui qui ho postato l’incipit, un brano scelto casualmente dalla parte centrale, e la parte conclusiva – è stato pubblicato nel 2007 e fin dal suo primo apparire ha assunto la caratura di un vero caso editoriale, anche perchè opera di un esordiente, Jonathan Littel, un ebreo che si arrischiava a scrivere sul periodo culminante e finale del nazismo, e oltretutto immedesimandosi nella “parte” dei carnefici, una specie di contraddizioni in termini, un compito forse impossibile per qualsiasi autore e sin dal suo autoproporsi – si sarebbe potuto preannunciare, visto le altissime implicazioni emotive e non solo che potevano ostacolare uno scritto di tale rischiosità da tutti i punti di vista.
Personalmente è stata una lettura che potrei definire difficile, disagevole, urticante, in alcuni punti particolarmente ustionante, ai limiti dell’insopportabilità vera e propria.
Per questi motivi, gli eventuali giudizi che si danno normalmente al termine di ogni lettura (questo libro mi è piaciuto, oppure no, non mi è piaciuto ) in questo caso si dimostrano non fattibili, forse anche riduttivi, sfalsanti.
Direi così: per la materia incandescente e dolorosa che tratta (i momenti cruciali del nazismo, dalla parte di un aguzzino e burocrate, oltretutto con una storia familiare definibile come deviante) e anche per le modalità tecniche con cui la voce dell’ufficiale protagonista cerca di fissare i vari avvenimenti di cui è stato autore e anche testimone (un linguaggio freddo, da mero esecutore ragionieristico in un sistema altamente gerarchizzato e ottimizzato, un linguaggio freddo che si fa allucinante e forse onirico – incubante quando riporta a galla tremendi episodi familiari o vicissitudini sentimentali che però rivelano solo la totale anaffettività per non dire di peggio) parecchie volte ho provato il bisogno di non continuare, e parecchie volte l’ho effettivamente lasciato lì, come qualcosa di indigesto.
A questo effetto e per parecchie pagine certo hanno contributo in parte le lunghe dissertazioni di tipo saggistico – delle specie di faldoni inerti da apparato archivistico – in alcuni punti del romanzo altamente dotte (ad esempio le disquisizioni filologiche su certi studi portati avanti dall’amico e amante del protagonista Aue in Caucaso sulle origini più antiche di certi ceppi linguistici anche per scoprire origini delle razze, tra cui anche quella degli ebrei) o prolisse epperò rabbrividenti fino allo sfinimento emotivo – resocontazioni dei compiti prettamente burocratici dei vari organizzatori e delle variegate sezioni militari gerarchicamente intese e tutte operanti per concretizzare il programma di sterminio degli ebrei etc ( pagine insostenibili proprio perchè il pedissequo linguaggio tecnicale dei burocrati, così raggelato e apparenteente asettico finiva poi con evidenziare al massimo la mostruosità del programma a cui si stava lavorando in perfetta cooordinazione infernale), ma dopo queste allungate mie impasse che temevo definitive ho a un certo punto – e man mano che ci si addentrava nella sequela di orrori delle invasioni orientali, dell’assedio di Stalingrado, del ritorno a Berlino dell ‘Obersturmfuher Aue ferito, del suo impiego nell’entourage di Himmler in qualità di organizzatore delle residue forze umane di quei pochi ebrei non immediatamente gasabili ma forse utilizzabili come forza lavoro schiavista nelle fabbriche belliche del Reich, e infine della finale caduta apocalittica di Berlino e del nazismo tutto – ho sentito la necessità di proseguire fino alla conclusione, insomma ho dovuto farlo, ho dovuto forse fronteggiare lo sguardo della medusa, uno sguardo accecante, ambiguo, con tutta una serie di strascichi fin malsani, come forse tende a capitare davanti a letture che interrogano il pensiero e il midollo, senza sconti vanamente edulcoranti.
E in riferimento a ciò, risulta interessante e chiarificatore – a lettura completata – rileggere la parte iniziale di quest’opera di 943 pagine, quella qui solo accennata dove viene detto che questa storia “cupa ed edificante” riguarda ogni lettore: forse perchè in definitiva – e qui concordo con lo storico Pierre Nora le cui annotazioni riassuntive vengono riportate sul risvolto di copertina – ” l’impresa e lo scandalo di questo grande romanzo sono proprio quelli di ricondurre all’umano l’inumano totale”

Il titolo de “Le benevole”- con l’ulteriore accenno finale riportato nel finale, là dove si accenna al fatto che hanno ripreso e certo stavolta non potranno non portare a compimento la caccia nei confronti del protagonista- narratore, del tutto libero e vivente in “normale” anonimità da borghese direttore in Alsazia di una fabbrica di merletti e con una propria famiglia – è il titolo più esatto che si potesse trovare per riassumere un andamento tragico e furioso di una lunga sequela di orrori fino alla fine rimasti però invendicati, permettendo così anche la non colpevolizzazione e la resa dei conti del protagonista e dei notevoli comprimari: infatti , come riporta il dizionario etimologico, le Eumenidi sono da considerare le “dee vindici dei delitti , fiere, spietate, dette Benevole per antifrasi o eufemismo, lo stesso che erinni, furie.

VILLA DOMINICA BALBINOT

Questo mio articolo è stato pubblicato il 16-02-2010 su VDBD

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