PICCOLO RITRATTO ( repost)


Le sembrava una montagna, una montagna di carne, con la parte inferiore- gli arti, con le cosce massicce come tronchi, o come zampe di elefante viste le dimensioni abnormi- che stranamente veniva definita da una dismisura strabordante a partire dei fianchi , fianchi che dato il diametro che si accentuava ai bordi rispetto al già ampio torace avevano l’aspetto di qualcosa di incongruo assemblato a casaccio, dato che la parte superiore sembrava di un’ altra misura, più sottile, anche se non di molto, solo di quel tanto che dava appunto un senso di disarmonia., Il maglione grigio di lana pesante rimaneva sollevato in alto, come le camicette a pancia nuda delle adolescenti alla moda..E le mani si notavano subito, mani delicate, quasi femminee( ecco di nuovo l’incongruo, ad una visione attenta ), la mano sinistra dal polso anch’esso sottile, e come affaticato dal peso di un orologio massiccio che riluceva dorato nel salone non troppo illuminato del bar-pizzeri: quello di sinistra sembrava quasi essere un polso spezzato, e riattaccato malamente, tenuto insieme dall’ orologio squadrato dalle maglie larghe, che nei movimenti del braccio sembrava stesse ogni volta per sfilarsi e cadere a terra proprio per via del polso smagrito. E siccome l’ uomo agitava spesso le braccia per accompagnare con la mimica ciò che andava dicendo, la sensazione come di ossa pronte a tracollare ad un minimo gesto troppo accentuato, non faceva che accrescere la convinzione di avere a che fare con una situazione fisica pronta al cedimento. Masse di carne sul punto di fratturarsi per via di uno sbilanciamento strutturale dei pesi, e dei contrappesi…La visione di un monumento calcareo sottoposto ad un processo sotterraneo di erosione, ma non dappertutto, solo a partire da alcuni punti particolarmente friabili.
Era seduto ad un tavolo, accanto ad un vecchietto smilzo con occhi dallo sguardo furbo, con davanti un bicchiere di vino, il solito vinello bianco, esattamente un semisecco (dammi un semisecco, dai, dicevano alla barista, alzando innaturalmente le voci ) scelto come aperitivo dalla maggior parte degli avventori, che erano sempre gli stessi , e si raccontavano le stesse notizie, magari arricchendole sempre più di particolari imprecisi , la cui vaghezza, e indimostrabilità,finiva con il rendere ogni discorso altamente improbabile,quasi evanescente,quasi che gli avvenimenti riportati non fossero poi veri , ma delle fole come quelle che si erano sempre raccontate nei tempi andati in quelle campagne soprattutto durante le veglie invernali, veglie che riunivano il paese intero nelle stalle, al tepore degli animali.
Uomini in una sorta di deliquio vaporoso quotidiano e costante, per via delle bevande alcooliche, un deliquio leggero che faceva usare le parole come piccole bolle scoppiettanti,senza dare alle stesse alcuna consistenza.
Lì accanto, sul tavolino che era il più vicino di tutti ad una stufa bassa e dalle forme ovoidali – una stufa di ghisa dipinta con una vernice ricoprente di color argentato che stranamente la faceva sembrare come incartata da un materiale simile alla carta stagnola- sedeva, racchiuso, come fosse un manichino di un grande magazzino, in uno stretto cappotto elegante di colore blu scuro, forse di alpaca, il sindaco in persona, chinato in posizione come obliqua, quasi fosse affetto da un mal d’ ossa che non gli permettesse di stare in posizione posturalmente corretta, del tutto sbilanciato verso il bordo del tavolino coperto da una tovaglietta un po’ sbiadita, mentre leggeva come ogni giorno il giornale provinciale, che riportava uno spazio apposito dedicato alle piccole realtà locali ( beghe politiche di basso livello solitamente) con le ultime pagine votate agli annunci mortuari corredati da stinte fotografie di volti che parevano già obliati da tempo immemorabile, visto l’ inchiostratura come velata da un materiale coprente, forse opacizzante.
Lei si era seduta vicino alla stufa, e mentre aspettava che la barista ucraina le servisse il suo solito caffè macchiato con un po’ di latte caldo, lanciava occhiate circolari sugli avventori, occhiate senza meta, occhiate che subito si spegnevano o tornavano nevroticamente indietro come rimbalzassero per un misterioso effetto boomerang dopo aver colpito un invisibile punto respingente visto la monotonia “ambientale” che faceva sembrare ciò che in quel momento la circondava come un livido, e persino un po’ tetro, effetto di rebound visivo, come il risultato allucinatorio di una macchinazione che le occludesse una visione più ampia della realtà a lei esterna, come se lei fosse stata colpita a mo’ di punizione apocalittica da una sorta di simbolico glaucoma ad angolo chiuso che le restringesse subdolamente il campo visivo periferico, facendole vedere le persone chiuse in tunnel soffocanti, figurine ritagliate e asfittiche e perse in una movimentazione astrusa, e a senso unico, un perfido gioco dell’oca ideato da uno stratega psicotico
Aspettando il suo cavalier servente, il generoso e attento vecchio emigrato francese, che stava diventando cieco e che cercava in un piccolo portamonete di pelle nera i cent per offrirle il solito caffè macchiato – frugava ansioso tra i piccoli pezzi metallici usando la sensibilità dei polpastrelli per indovinarne la dimensione e quindi il loro valore. mentre le raccontava le ultime novità circa la progressiva ed estremamente accelerata demenza senile della moglie, oltretutto una alcoolizzata all’ ultimo stadio, moglie che ora lo tormentava ossessivamente chiamandolo senza un attimo di requie al suo capezzale di semiinferma “Gino, Ginoooooo, vieni qui, Ginoo dove sei Gino, vieni qui vieni qui, Ginoo Ginoo Oh Gino ho bisogno, vieni subito Gino..Gino qui qui Vieni da me Ginoo” come se non potesse fare a meno di lui per un solo istante, preferendo lasciare la loro badante romena a lucidare in modo maniacale la loro grande casa, un eterno gemito pervasivo anche un po’ carognesco quello della moglie che gli ordinava prepotente di non muoversi dalle immediate vicinanze, cosi le confidava lui , definendola come una donna che era sempre stata cattiva e che mai lo aveva saputo amare- sentì alle sue spalle la voce dell’ uomo dall’ imponenza disequilibrata., che stava parlando ad alta voce, rivolto al suo compagno di bevute, l’ uomo dallo stretto volto di faina e dallo sguardo trapassato da barbagli furbeschi ( i suoi occhi avevano il colore di pietrisco colpito da mille riverberi, erano gli occhi di un malandrino di vecchio pelo che ne avesse visto di ogni colore, nella vita, riuscendo sempre a sfangarla, forse per aver bevuto una pozione miracolosa, un beverone magico che lo avesse preservato dal malocchio generalizzato che prima o poi sembrava colpire tutti gli altri indistintamente, la sapeva lunga, lui, la sapeva solo lui come fare a sfangarla, lui solo)
“guarda che bella stufa, guarda, è proprio come le vecchie stufe di una volta”- e nel dire questo si rivolse, con uno sguardo che sembrava volere una risposta autorevole di conferma ,al sindaco chino sui fogli di giornale e che si limitò però a spostare la testa con un movimento quasi impercettibile, come facesse finta di stare ad ascoltare, giusto un atto di presenza il suo, si capiva che era indifferente a ciò che l’ uomo andava raccontando.
“questo tipo di stufa, proprio questo, io me lo ricordo, l ‘ho visto tante volte, era la stufa che i barcaioli di una volta, i barcaioli della mia zona, sa io non abito qui, io abito in un posto di fiume, del resto il sindaco mi conosce benissimo,vero?- e qui il sindaco assentì vigorosamente, mantenendo però uno sguardo come smemorato- i barcaioli che frequentavo appunto si portavano appresso una stufa simile in tutto e per tutto a questa nei loro viaggi lungo il fiume, era la stufa che serviva a cuocere i cibi nei tragitti più lunghi. Eh sì, così proprio così. Già già, eh. Già. Proprio così”
Lei si mise ad ascoltare, questo era un particolare di cui nessuno le aveva mai parlato, le sembrava interessante, era da un po’ che non ascoltava qualcosa di nuovo, e poi le piacevano quelle stufette , che pur non essendo di grossa e magari tecnologizzata struttura riuscivano a scaldare bene, ed anche a ricreare un’ atmosfera di vecchi tempi.
L’uomo, osservando il suo sguardo attento, si spostò tutto verso di lei, e nel farlo fece scricchiolare la seggiola.
“ sa, signorina, a me piaceva molto andare con i barcaioli lungo il fiume, e me lo ricordo il calore
di queste stufette, se me lo ricordo!
Perfino il calore delle stufe non è lo stesso di una volta, lei non ci crederà naturalmente, ma è così davvero, si immagini se posso mai dire una cosa non vera!”
Mentre parlava, le sue braccia tracciavano strani mulinelli circolari nell’ aria, e date le sue dimensioni sembrava che intorno a lui si ricreassero dei piccoli vortici di aria fredda, mentre le sopracciglia imbiancate e cespugliose si inarcavano fino a raggiungere il bordo della fronte bassa, facendolo sembrare perennemente accigliato, anzi molestato da un pensiero sempre più fastidioso. un pensiero sfiancante, un pensiero dalle maglie allentate.
Visto che nel salone semivuoto, sembrava che fosse in qualche modo riuscito a destare l’ attenzione di qualcuno, oltre allo stolido compagno di bevute che continuava a decantare, unico argomento di conversazione il suo oltretutto, come superiore a tutti i vinelli possibili il vino prodotto artigianalmente da lui stesso – una sorta di magnificenza incomparabile, sia pur di limitata produzione, un nettare che solo un ristretto numero di iniziati poteva avere l’ onore di assaggiare direttamente a casa sua, un onore assoluto davvero- l’ uomo possente ( che ora, guardandolo bene, sembrava agli occhi di lei possedere la carena di un naviglio che avesse visto tempi migliori, eh, sì, una nave in disarmo, dalle pulegge e dai tiranti incrostati da detriti e arrugginiti dalle intemperie ), divenne di punto in bianco logorroico, addirittura tracimante, come se proprio a lei dovesse raccontare l’ intera sua vita.
“ sa , signorina, io non abito qua, Conosco questo posto da pochissimo, ci sono capitato per caso, ma mi è subito piaciuto. Ci vengo da un mese solo, ma, come ha visto, tutti mi conoscono. Sa- e qui fece una mossa di sbieco, agitando in modo sussultorio l’ avambraccio sul cui polso friabile luccicavano le maglie metalliche dell’ orologio che sembrava di una misura sbagliata- quello è il sindaco. Lo conosco io, il sindaco, conosco tutti, e tutti mi conoscono.”
Il sindaco continuò a dare la netta impressione di non dare ascolto a ciò che l’ uomo diceva, tutto stretto nel suo chiuso cappotto elegante di alpaca blu scuro, un bel cappotto davvero.
L ‘uomo continuò, di nuovo facendo vorticare, e con più sbilanciamento del solito, le braccia, come stesse vogando con forza una pagaia per non sprofondare in ripide mortali, e quasi arrivando a sferzare il volto del compagno seduto vicino a lui, che si scostò con una smorfia di disappunto, un po’ impallidito sul suo viso triangolare di faina.
“ io sono un uomo davvero molto ricco , sono un uomo con così tanti soldi che non so che farmene, sono perfino stufo di essere ricco. Insomma, quasi non so come spendere tutti i soldi che mi sono guadagnato, quasi quasi, siccome questo posto mi piace, mi guarderò attorno e comprerò qualcosa qui, sa qui conosco tutti, e tutti mi conoscono E poi qui la natura è incontaminata , e mi piace pure la gente, pensi che ormai tutti mi salutano ovunque vada, non solo qui al bar.
Per adesso , sto nell’ albergo della pineta, ma certamente troverò qualcosa di adatto qua attorno.
Io sono talmente ricco che abito in una bellissima casa fin troppo grande , pensi solo di camere da letto ne ho tre tre ed anche le donne, devo dire la verità, di donne ne conosco e ne ho quante voglio.
Venga con me, se non ci crede, venga a vedere cosa ho nella macchina qui fuori: venga a vedere con i suoi occhi, ho appena comprato tre bellissime orchidee, una orchidea per ogni donna nuova che ho appena conosciuto nel circondario, anche se sono stufo di tutto- e qui l’ uomo sbuffò come un mantice sfiatato- non so che farmene, ho tutte le donne che voglio, e di soldi ne ho talmente tanti, che non so come spenderli davvero, troppi soldi, davvero troppi soldi. E le donne, le donne poi..Ah, ste donne, che mai vorranno ‘ste donne…”
Continuando a sbuffare come se stesse spostando a fatica un peso insopportabile, di punto in bianco- lei stava pensando a ciò che ancora le avrebbe certamente detto- si sollevò dalla sedia, mise dei soldi sul tavolino, pagando anche per il suo compagno di bevute, come stordito diede una stanca occhiata circolare allo stanzone ( che nel frattempo si era riempito di crocchi di avventori per bere il solito vinello semisecco che dava loro un leggero deliquio etilico , quel deliquio quotidiano che faceva pronunciare parole e discorsi come fossero aeree bolle scoppiettanti, bolle che sembravano avere il benefico potere di trasformare qualsiasi discorso in una smemorante favola raccontata in un tepore ovattato) salutò tutti agitando in modo parossistico il braccio sul cui polso sembrò sfilarsi per un solo attimo il massiccio orologio dalle maglie metalliche dorate, che sembrarono luccicare ancora di più colpite da un raggio improvviso di sole, mentre l’uomo con gesti impacciati cercava di spostarlo più in su, in una posizione dove potesse rimanersene fermo. Se ne uscì avvolto come in un vortice, mentre le persone si spostavano lateralmente per lasciarlo passare , sembravano intimidite dalla sua possanza , temevano forse di rimanere contusi dalle braccia mai in riposo, continuamente mulinanti.
Tutti borbottarono una specie di saluto, come se davvero fosse una persona conosciuta, solo il sindaco rimase come al solito compassato, tutto chiuso nel suo bel cappotto blu di lana pregiata, chino sui fogli di giornale che riportavano notizie che sembravano già tremendamente vecchie, come i volti dei defunti sulle due ultime pagine in fondo, subito prima della pagina del direttore, subito prima del trafiletto profilato dedicato all’ oroscopo.

Racconto comparso sul blog collettivo VDBD il 31-08-2007

https://viadellebelledonne.wordpress.com/2007/08/31/piccolo-ritratto/

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