LE MIE POESIE DELL’ANNO 2016


POESIE ANNO  2016…..

 

18 FEBBRAIO 2016

LEI SAPEVA CHE LO SPLENDORE ERA FRAGILE

 

 

 

 

“In quel vasto paesaggio silente
( in quella fredda desolata gola)
spiccavano,
le austere cime scure
dei grandi alberi
e lei aveva negli occhi
una terribile dolcezza”

La brezza finalmente cadde
l’acqua divenne immota…
Lei sapeva che lo splendore
era fragile,
ben presto sarebbero ripresi gli stridii
– i ronzii-
i minuscoli movimenti
– quelle uccisioni-
e in quell’ordine universale e verticale
calante poi dall’alto
– fino nel corpo del delirio
– fin in quel silenzio epilettico
e dalla finalità cupa
.
E nei trapassi tematici della pena
bisognava forse scegliere la più sottile
– e la più solida-
– e la più grigia
delle correnti del pensiero,
attaccarsi ad essa come a un prete cieco…

 

 

21 MARZO 2016

 

 

ERA POI SEMPRE QUELLA STESSA ALBA

 
Una luce grigio-perla
continuò a essere diffusa
ostinatamente nel cielo,
al di sopra di stradine fiancheggiate
da faggi purpurei,
– e mutevoli siepi
( ahh quell’attrattiva suprema
dell’ essere fugaci!)

Fu proprio per questo presagio di mortalità
( e per la sua vita
involuta e sotterranea
con un languore tutto spirituale)

che poi auscultò il mondo della realtà:
era poi sempre quella stessa alba,
vi era un gran silenzio,
e tutto era assolutamente perfetto,
in un rapporto sinistro e formidabile
come una sorta di istruzione sul silenziato omicidio,
a riprendere quel filo rosso della violenza
che passava per ogni nuova cosa
che imparava.
[Oh potere andare a valutare
i danni della devastazione
-su quegli sconfitti-
come se vi potesse magari essere
una qualche opposizione a tutte le sue asserzioni
( Lei aveva gli occhi selvaggi,
e tutte quelle ferite puntorie)]

 

 

17 APRILE 2016

 

IN UNA EVOCAZIONE DI ACQUE FRESCHE- E PERICOLOSE

 

Lungo la riva del fiume
le candele dei sommacchi
bruciano di un rosso opaco,
in una evocazione di acque
fresche- e pericolose

In quei tramonti opulenti
( essi chiusi nel loro vuoto risplendente,
nel loro pallore

e tra le dune fredde)
lei era sabbia, lei era neve
scritta riscritta spianata
( sotto sotto bruciante sempre)
lei che martirizzava poi quanto la legava a loro
tra folgorazioni sorde
qualche nuovo-feroce- atto di dio
( ” inutilmente crudele” – dice lei con tono freddo )
e le carnarie mosche
sommerse
in tutti quei fossati che producevano
soltanto giaggioli selvatici.

 

 

23 MAGGIO 2016

 

SA DI ESSERE ALLA MERCE’ DEGLI EVENTI

 

 

…[Sa di essere alla mercè degli eventi
sa che gli eventi non hanno pietà…
Ora è preparata alla lacerazione…]…

Da la realtà banale – e infettiva– –
( assumendo l’opportuno atteggiamento
di afflizione)
torna nel regno della follia metafisica

della infinita speculazione
In una regione crepuscolare
– senza cielo ( 
con troppo cielo)
ecco la allucinazione lunga:
i fiori del castagno divampano
eppure ovunque vi è qualcosa di blu
forse la fosforescenza
della neve nell’ombra
quella sommersione gessosa
– e ubiquitaria (e massiva)-
che divora.

 

19 LUGLIO 2016

 

ERA BELLO TROVARE UN PRATO BIANCO

 

 

Era bello trovare un prato
bianco
( sotto la luce della luna)
– e qua e là degli assetati fiori celesti

Essi pensavano che lei fosse triste,
di una tristezza violacea
( eppure fragile squisita)
nelle sue digressioni fredde

e tra tutti quei reliquati
– della tossina magnifica
– del terribile silenzio
-della funeraria estraneità
Aveva invece una certa magnificenza
una sua interna voce pallida- da prima comunione-
nel pensare a come quelle sue labbra amate
erano meravigliosamente fredde
ma una parte del suo corpo tremante
( allora allora-
quando lei osava sopportare
la perfezione che agghiaccia)

 

 

16 AGOSTO 2016

 

 

PERCHE’ POI SI ACCETTASSE LA SPOGLIAZIONE

 

 

Le piante di sorbo circondavano la casa
come fiamme di un rosso rame
e in mezzo l’erba era morbida
come muschio o crescione
( e ogni cosa sembrava in attesa:
gli animali uccisi, gli alberi,
i campi , e tutti quei monti…)

In una regione crepuscolare senza cielo
tutto le appariva secco
distorto immobile,
perché poi si accettasse la spogliazione
come cosa naturale.
In quella debole colorazione ossidata
– di un metallico paesaggio
perdersi così era come mettersi coi morti,
tra le impedimenta,
l’insanguinarsi,
il ripassarsi la lapide
nell’atroce ascetismo.
( Come può essere calma e immota la natura
– lei pensa-
come se sempre fosse un monco inizio,
livido e sontuoso e torbido
uno sguardo maniaco
– e nel presentimento selvaggio
 e nelle esalazioni secche della terra.

 

 

22 SETTEMBRE 2016

 

I FIORI ERANO FERMI E LONTANI

 

L’mmenso abbandono degli uomini era intorno a lei
-e tutta quella ostinata vocazione alla assenza:
i fiori erano fermi e lontani
come fossero dipinti
( forse erano gigli di palude
grigi e azzurri)

Nel vasto mondo crepuscolare
aperto da ogni parte
oltre la –vasta- opacità diffusa
si intuiva il mare tragico,
i lontani tumulti allucinali
dell’orizzonte,
e il freddo aveva un che di immobile
– 
di angosciastico
si vedevano scintillare cupi angoli.
Perfino l’alba fu modesta e pallida,
una prima visione lucida vetrosa,
con lo sboccio lontano dei fiori notturni,
l’ultima forma coagulata..
Lei voleva essere 
sempre
segretamente furiosa:
nella sovrapposizione dei flagelli,
-dei teratologici casi –
gli occhi morti, la lingua persa
quelle- sue– cogitazioni proibite
la nudità nella sua paurosa concisione…

 

 

 

14 OTTOBRE 2016

 

 

LA LINEA DEI COLLI E’ PRECISA- E NETTA

 

 

 

La linea dei colli è precisa- e netta
tra quelle valli celestiali
minate ):
e sono infocate tutte quelle morte vie…

Lei allora passa,
alla dissezione delle cose maestose,
nel tempo neutro
-in questo recesso-
negli anni vuoti,
anni di espiazione e delle cerimonie esequiali
( dove tutto è essenziale esatto nudo preciso corretto).
Ogni cosa pareva avere una brusca amara bellezza
in un suo certo estetismo nero e profetico:
i colori ,pressanti e sanguigni
come la corolla di un fiore morto

il consuntore morbo,
forse una qualche lapidazione vera
la ossatura a sconnettere,
– tutta tutta la solitudine delle grandi pietre sgocciolanti
( tra le nubi di un bianco cretaceo,
a sorreggere quel mondo di silenzio
e di una strana disperata pietà)

 

 

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