CRITICA SU “BLANC DE TA NUQUE” del 18 gennaio 2016( e mie osservazioni a riguardo)


RECENSIONE DEL CRITICO STEFANO GUGLIELMIN

Sospeso tra l’inferno vero e la compiuta fine del mondo terrestre, l’io drammatico di Quel luogo delle sabbie (autoprodotto, 2015) ci conduce nell’esperienza mistica della crocifissione, dove caduta, sfacelo e contagio, carezzando l’aria con il loro terrore bluastro, gli danno piacere. A ragione, Augusto Benemeglio (Liberolibro.it, 22/12/14) scrive che Villa Dominica Balbinot è una poetessa “che reca in sé le stimmate da primo romanticismo germanico, della tenebrosità, il senso dell’orrido e della funerea desolazione, ma anche quello decadente di Baudelaire, sempre sospeso tra la benedizione celeste e quella diabolica”. Sembra infatti uscito da una teca ottocentesca questo libro densissimo e inquietante,
votato forse all’incomprensione contemporanea, quanto più la scrittura di oggi cerca la dimensione orizzontale del dialogo con le creature terrestri, con la loro faticosa eppure mediocre esistenza.

La Balbinot, che non dice nulla di sé in fase paratestuale, nella scrittura riversa invece tutto il sangue della propria immaginazione sepolcrale, si scioglie interamente nei versi, nell’atteggiamento fortemente erotico, che la mistica, appunto, ci ha insegnato. A differenza tuttavia di molte poetesse novecentesche del medesimo filone, nelle quali l’arte della parola tende a piegare il desiderio di santità, rendendolo commestibile, qui non c’è alcuna intenzione strategicamente seduttiva nei confronti del lettore, che assiste alla rivelazione della carneficina, “de l’organico disfarsi”, con somma impotenza e un disagio assolutamente inattuale. Il rischio di questa poetica è quello di quando qualcuno ti addita l’assolutamente altro: si fa un passo indietro, a meno di non essere iniziati, riconoscendo in quel luogo la via. Più diabolica che angelica, più mortifera che salvifica. o tra la benedizione celeste e quella diabolica”.

A che cosa serve allora, in questa prospettiva, la poesia? A cogliere con scrupolo tutte le sfumature dei miasmi, le gradazioni più sottili dell’ombra, forse nella convinzione che sia importante, prima di tutto, far vedere quel mondo, descriverlo con minuzia, riconoscerlo, anche senza accettarlo per forza. Si spiegano così le frequenze aggettivali in cui i nomi sono immersi (“vocazione nuda”, “suono esile e triste”, “salmodia opaca”, “angelo pallido”, “caduta lunga”, solo per citare la seconda poesia, ma anche, spulciando a caso, “omiletiche interpretazioni esatte”, “flussioni purpuree”, “muti sarcolemmi”). In generale, arcaismi, latinismi, corsivi, tecnicismi, arricchiscono cinquanta testi lussureggianti di bassezze infernali, che non mi dispiacciono nella misura in cui non sono una mera ripetizione del già letto e non hanno l’apparenza epigonale, ma sembrano nascere in un’anima davvero trafelata per aver perduto il proprio mondo originario che quasi tutti chiamerebbero diabolico. O distopico, a volerlo collocare sulla terra.
Quel luogo delle sabbie è in definitiva una reliquia vivente, un fiore del male a cui è stata tolta la spina della storia, cresciuto nelle rovine della città celeste, dove statue e archi e ponti di ferro scandiscono, freddi, uno spazio siderale, blu notte come la sua copertina.”

note di STEFANO GUGLIELMIN

MIE PRECISAZIONI SULl’INSIEME DELLE CONSIDERAZIONI DEL CRITICO STEFANO GUGLIELMIN

Riporto – dopo avere un po’ meditato-le mie puntualizzazioni riguardo le note di lettura di stefano guglielmin,per quanto io non intenda in alcun modo cercare di opporre le mie personali convinzioni a nessuno( essendo assolutamente difensitrice dell’assoluta libertà di lettura e
interpretazione[soprattutto quando si ha a che fare con una lettura approfondita e di livello come questa]in quanto-appunto-difensitrice della altrettanto assoluta libertà di scrittura.
Anche se certo a ben vedere si potrebbe intendere la mia raccolta anche nel senso che Guglielmin ha icasticamente riassunto ne:”
l’esperienza mistica della crocifissione, dove caduta, sfacelo e contagio,
carezzando l’aria con il loro terrore bluastro, gli danno piacere”
io intendo dare espressione – più esattamente-a quella che sono arrivata a
considerare la assoluta tragicità perenne della condizione umana,di cui io
azzardo rappresentazione espressiva, una fredda visione ( forse in alcuni punti disagevole,respingente perfino senza sconti comunque per nessuno( compresa me stessa beninteso),divisi come sono- e dalla notte dei tempi- gli esseri umani tra vittime e carnefici in un mondo che davvero può essere desolato,
Mentre scrivo queste puntualizzazioni e mi vado rileggendo mi rendo conto una volta di più che la tematica che mi sono azzardata a voler rappresentare è senz’altro obiettivamente ostica incandescente urticante, magari pure scandolosa ,addirittura probabilmente”impoetica” per eccellenza ( anche se a mio parere volendo mettersi a parlare della
condizione umana, della vita e della morte insomma nulla dovrebbe a priori essere tematicamente escluso e questo anche per non finire a dare una visione falsamente idilliaca [ cosa quest’ultima per cui mi dichiaro “non adatta”]-A questo punto vorrei rispondere alla affermazione che fa Guglielmin circa al fatto che una raccolta di testi sifffatta , anche per la modalità stilistica in cui si va strutturando ,la tipologia terminologica che vado usando etc sia”votata FORSE ( per me importante questo dubbio che comunque il forse rappresenta,e per questo io l’ho scritto in grassetto)all’incomprensione contemporanea,quanto più la scrittura di oggi cerca la dimensione orizzontale del rapporto con le creature terrestri, con la loro faticosa eppure mediocre esistenza.
“e anche , nella parte finale della recensione quando accenna a “un fiore del male cui è stata tolta la spina della storia,”io ribadisco che quella che vado espressivamente rappresentando è quella che secondo me è la condizione umana “perenne”al di là del cambio generazionale e al di là dei cambiamenti storici che purtuttavia gradualmente esistono( e meno male se no ancora peggio direi),io parlando della vita e della morte che sempre si ripete nella sostanza non posso essere contemporanea nel senso più tradizionalistico e forse riduttivo del termine(come contingente)ma forse forse contemporanea perenne, perennemente attuale in un certo senso(lo so, lo capisco: anche quest’ulltima cosa che dico è un assoluto azzardo
, scusatemi lo riconosco: sono come al solito, esagerata alquanto :-)scusatemi)
Io- complessivamente e riassuntivamente mi presenterei così:” astorica( ma nel senso che ahimè vedo nella storia ripetersi stesse dinamiche di base), perturbante, ontologicamente ribelle, assorta medita sulla “terribilezza” ossessionata dalla mortalità che cerca in qualche modo di raggelare per poterne almeno parlare visto la sua tremenda ustionatezza al limite dell’indicibile”.
Torno a ringraziare Stefano Guglielmin,la cui recensione terrò certo presente,c’è sempre bisogno di sguardo critico su propri testi, di un contradditorio che può aiutare: del resto è sempre interessante sapere come “si viene precepiti e letti, si aprono orizzonti arricchenti-)
grazie in toto e in particolare anche per l’avere giustamente inteso
che non sono epigona di altri poeti o poetesse,che i testi lussureggianti e disagevoli e quant’altro “non gli dispiacciono” in quanto si percepisce una anima “trafelata”( quindi vera, ma questa è mia aggiunta:-))
un mio grazie per avermi “letto”
un saluto- Villa Dominica Balbinot

Se siete interessati anche ai testi che compaiono all’interno di questo articolo su “BLANC DE TA NUQUE” ecco il link:

http://golfedombre.blogspot.it/2016/01/villa-dominica-balbinot.html

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Una Risposta

  1. dò un saluto particolare – e caloroso- alla cara amica Marina Raccanelli

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