NOTE CRITICHE di GIACOMO CERRAI su “IMPERFETTA ELLISSE”


“Villa Dominica Balbinot mi ha mandato questi testi qualche tempo fa, chiVilla Dominica Balbinotedendomi che ne pensassi. Li ho letti con un certo interesse, perché indubbiamente escono un po’ dagli schemi, se si va oltre una impressione non del tutto peregrina di forme crepuscolari innestate con dosi massicce di simbolismo. Il primo appunto che ho preso, scritto a margine, è stato per la verità “poesia barocchetta”. Volendo forse significare con questo non solo una scrittura con forti circonvoluzioni e priva di spazi aperti ma anche dove il paesaggio, inteso in senso lato sia come naturale che umano, si defila, a favore della costruzione, o si rappresenta come un fondale o una quinta, in una maniera che mi ricorda l’ Isola dei morti di Arnold Böcklin. In realtà qui, restando al barocco, c’è sì molta complessità ma poco capriccio, perché il tema o quanto meno l’atmosfera prevalenti sono compatti e concentrati,
tendono a dare al lettore (e qui si torna al simbolismo) il suggerimento di una visione assai convinta e personale del mondo. Che è certo, coma annota Anna Maria Curci (altre poesie appartenenti a questo blocco sono state presentate su Poetarum Silva) un “mondo dissestato, funestato”, per quanto di “straniata bellezza”, su cui Balbinot getta “una luce che non teme di essere cruda”. Sulla crudezza possiamo essere d’accordo, almeno se si tiene conto del lessico e relativi annessi usati dall’autrice in funzione espressionistica (e vale il breve accostamento che ancora Curci fa a Gottfried Benn – si parva licet però): qui troviamo silenziato omicidio, acque fresche e pericolose, carnarie mosche, eterno gennaio, terreno insanguinato, bagliori lucidi e freddi, qualcosa…di cruentemente esatto, patiboli reconditi, leucemica fragilità, narrazione del sangue, consuntore morbo, dissezione delle cose maestose, anni di espiazione e delle cerimonie esequiali, esasperata desolazione, degenerativo stato, camera dei suicidi in un albergo, l’innominata carne ferita dei morti, e così via. Ma non è tanto una questione di sintagmi quanto di costruzione anche sintatticamente complessa di un testo che definirei, per usare parole della stessa autrice, “livido e sontuoso e torbido” (quindi se barocco c’è, verrebbe da dire con una battuta, è barocco spagnolo). In aggiunta a queste ultime parole citate, a volte si ha l’impressione che in un certo qual modo Balbinot parli criticamente di sé quando scrive di “estetismo nero e profetico” (o forse profetizzante, direi), o di “vasto mondo crespuscolare”. Ma anche in questi rari casi di espressioni didascaliche e forse un po’ ingenue l’obbiettivo è il tratteggio di una atmosfera perturbante in cui il lettore deve accettare di permanere o no. Possiamo aggiungere a queste cose un uso programmatico del lei (terza persona) come soggetto sostituto del tu (che come sappiamo è un ulteriore camuffamento dell’io poetico) e a volte forme verbali al passato che accentuano abilmente uno straniamento di tipo temporale e un senso di definitivo e tuttavia attuale. Immagino che questa lei sia l’autrice, immersa nel suo “mondo”, che è di volta in volta “della realtà”, “crepuscolare” ma “aperto da ogni parte” (corsivo dell’autrice), “di silenzio”, “bluastro”, ma più che altro “grigio” o di una “debole colorazione ossidata – di un metallico paesaggio” (c.vo aut.) e di svariate altre connotazioni. Ma soprattutto un mondo in cui si avverte come una presenza di forze esterne non del tutto chiare né del tutto controllabili, un mondo molto poco popolato, solo da lei, e da essi che se capisco bene non sono tanto “altri” quanto un “noi”, cioè un plurale di quello stesso lei, una condivisione dell’angoscia e forse il dolore che pervadono l’ambiente e di cui l’ambiente è proiezione. E poi i morti, evocati non solo direttamente (“nella loro innominata carne ferita”) ma anche sotto forma di aggettivi (morti occhi, vie, fiori, foglie, cime), o come correlati semantici (mortalità, uccisioni, ad esempio). Insomma Balbinot ha sviluppato un suo stile, con una certa accuratezza linguistica, con molti echi, che aderisce bene alla tematica che si è scelta, e che in pari misura, va da sé, può generare interesse o respingere. Per concludere: se si aggiungono caratteri anche indubbiamente romantici come un certo senso dell’assoluto o una certa irrazionalità o un’idea di sublime che sovrasta l’uomo, allora cos’è che tiene insieme e fonde il barocco, il crepuscolare, il simbolista, l’espressionista, il romantico? in altre parole cos’è la poesia di Villa Dominica Balbinot? Ma è ovvio: è poesia gotica.”

(g. cerrai)

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