NEL MEDICARE LA PIAGA, QUELLA FERITA RIARSA


” E venne la notte,
le stelle cominciarono a accendersi:
lo pensavo ancora più fragile,
un grande cristo nero e sanguinante
che prendeva tutta una parete…”

Ai limiti della allucinazione
– come aspettando una rivelazione-
attendeva ciò che la sovrastava,
nel medicare la piaga
una ferita riarsa,
quel nocumento,
l’Indistruttibile come un amore rifiutato,
-di tutto quello che ardeva per dischiudersi.-
Ma quella non era la salvazione
– lei si era permessa di presumere-
al fine di un convincimento più assoluto,
il suo preferito argomentare era sulle anime dannate,
che cosa preconizzasse quella fredda luce correlativa.,
Mentre il fuoco sopravviveva
– fuggevole impressionre
nel buio più buio.-
era colpita, trafitta,
sul corpo suo si tese- a rimuginare –
doveva esserci qualcosa,
– una notazione sulla nostra vita cauterizzata-
non voleva essere succube.
“Torna nella città maledetta-”
sembravano dirle quei devastati cuori:
immobili, fissi, divoranti. avvolti nel silenzio,
come una muta di cani, erano.
E un afflitto le rispose allora con labbra esangui:
“Su quella casta morte,
dovrai perdonare l’imperdonabile..”
(Lei era calma, ormai.
per tutta la vita,
si era preparata, al grande evento,
se fosse in grado,di tollerare- il tremendum-
quel verdetto…).

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